Chatbot e istruzione: perché l’apprendimento rischia di diventare più superficiale

L’uso dei chatbot sta entrando sempre più spesso nelle aule, negli studi universitari e nelle abitudini quotidiane di chi studia. Strumenti rapidi, comodi, apparentemente onniscienti. Ma dietro questa comodità si nasconde una domanda scomoda: stiamo davvero imparando meglio oppure stiamo solo imparando meno fatica?
Secondo una recente ricerca condotta da Shiri Melumad e Jin Ho Yun, la risposta non è affatto rassicurante. Dopo una serie di esperimenti che hanno coinvolto oltre 10.000 partecipanti, i due ricercatori hanno osservato un dato chiaro: l’apprendimento mediato dai chatbot tende a ridurre la qualità dell’assimilazione dei contenuti.
Nel corso dello studio, ai partecipanti è stato chiesto di approfondire uno specifico argomento. In modo casuale, alcuni sono stati indirizzati verso ChatGPT, altri verso una ricerca tradizionale tramite Google. Una volta terminata la fase di studio, tutti hanno dovuto riassumere ciò che avevano appreso, mettendo nero su bianco le nuove conoscenze acquisite.
Il risultato è stato sorprendente solo fino a un certo punto. Chi aveva fatto affidamento sui chatbot ha prodotto risposte più brevi, meno articolate e complessivamente più povere di contenuto. Al contrario, chi aveva studiato in modo autonomo, navigando tra più fonti e confrontando informazioni diverse, ha mostrato una comprensione più solida e profonda dell’argomento trattato.

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Quando la comodità diventa un limite cognitivo
Il punto centrale individuato dai ricercatori non riguarda tanto la qualità delle informazioni fornite dai chatbot, quanto il tipo di sforzo richiesto all’utente. La ricerca tradizionale costringe a un percorso attivo: aprire più link, valutare l’affidabilità delle fonti, confrontare dati, interpretare concetti. Tutto questo processo, apparentemente più faticoso, stimola la memoria, rafforza il ragionamento critico e favorisce un apprendimento duraturo.
I chatbot, invece, semplificano radicalmente questo percorso, trasformando l’atto di studiare in un’esperienza passiva. Le informazioni arrivano già confezionate, ordinate e pronte all’uso. Il cervello lavora meno, e proprio per questo trattiene meno. È una scorciatoia che, sul lungo periodo, rischia di impoverire le competenze cognitive di chi la percorre abitualmente.
Non è un caso se le risposte prodotte dai partecipanti “assistiti” dai chatbot siano state valutate come meno utili e meno informative. Mancava la rielaborazione personale, mancava il passaggio cruciale che trasforma un dato letto in una conoscenza realmente acquisita.
Chatbot sì, ma non come stampella mentale
Gli stessi ricercatori, però, invitano a non cadere in un allarmismo sterile. I chatbot non sono il nemico dell’istruzione, a patto di usarli nel modo giusto. Possono essere strumenti eccellenti per ottenere spiegazioni rapide, chiarire un concetto poco chiaro o orientarsi inizialmente su un tema complesso.
Il problema nasce quando diventano un sostituto totale dello studio. Quando lo studente smette di cercare, confrontare, dubitare. In quel momento, l’apprendimento si appiattisce e perde profondità. La vera conoscenza richiede attrito, richiede tempo, richiede anche confusione e fatica.
In altre parole, i chatbot possono essere un ottimo punto di partenza, ma non dovrebbero mai essere il punto di arrivo. Per consolidare davvero ciò che si è appreso, resta fondamentale tornare allo studio indipendente, alle fonti multiple, al confronto critico.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale promette di rendere tutto più semplice, questa ricerca lancia un messaggio chiaro: semplificare non significa sempre migliorare. E nell’istruzione, più che altrove, il prezzo della comodità potrebbe essere una conoscenza più fragile e superficiale.
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