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Chip cerebrale sottocutaneo: la nuova frontiera “sicura” che dialoga con il cervello usando la luce

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L’idea di un chip capace di comunicare direttamente con il cervello evoca spesso scenari invasivi, interventi chirurgici complessi e rischi difficili da accettare. Eppure, un nuovo progetto sviluppato da ricercatori del Nord-Ovest degli Stati Uniti sta ribaltando completamente questa percezione.

Un team della Northwestern University ha infatti realizzato un chip cerebrale sottocutaneo wireless, progettato per interagire con i neuroni attraverso impulsi luminosi estremamente precisi, senza la necessità di penetrare il cranio o di ricorrere a operazioni invasive. Il dispositivo viene posizionato sotto il cuoio capelluto e sfrutta la luce per attraversare l’osso e raggiungere specifiche aree della corteccia cerebrale.

Il concetto è tanto semplice quanto rivoluzionario: stimolare il cervello senza toccarlo direttamente, riducendo drasticamente i rischi associati alle tradizionali interfacce neurali. Un approccio che potrebbe cambiare il modo in cui immaginiamo il rapporto tra tecnologia e sistema nervoso umano.

Come funziona il chip che “parla” ai neuroni

Il cuore di questa tecnologia è un chip compatto dotato di fino a 64 micro-LED programmabili, in grado di generare sequenze luminose altamente controllate. Questi impulsi non sono casuali: imitano modelli naturali di attività neuronale, rendendo la comunicazione con il cervello più efficace e, soprattutto, più compatibile con i suoi meccanismi biologici.

I primi test sono stati condotti sui topi e i risultati hanno attirato subito l’attenzione della comunità scientifica. Durante gli esperimenti, gli animali hanno imparato rapidamente ad associare specifici schemi di luce a segnali significativi, reagendo di conseguenza con comportamenti mirati. Un segnale chiaro che il cervello è in grado di interpretare queste stimolazioni come informazioni reali, e non come semplici stimoli artificiali.

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Questa ricerca si inserisce in una serie di studi precedenti condotti dallo stesso gruppo, ma con un salto tecnologico importante. Le versioni iniziali erano più limitate, mentre il nuovo chip offre maggiore precisione, più canali di stimolazione e una programmabilità avanzata, aprendo la strada a utilizzi molto più complessi.

Dalla sperimentazione alla medicina del futuro

Le implicazioni di questa tecnologia vanno ben oltre il laboratorio. In ambito medico, le applicazioni potenziali sono enormi e, per certi versi, dirompenti. Si parla di feedback sensoriale avanzato per protesi, permettendo a chi ha perso un arto di “sentire” di nuovo il contatto.

Oppure di supporto per protesi uditive e visive, in grado di inviare segnali direttamente al cervello bypassando sensi danneggiati.

Non manca poi il fronte della riabilitazione neurologica. Dopo un ictus o un grave trauma, la possibilità di stimolare aree cerebrali specifiche in modo non invasivo potrebbe accelerare il recupero e migliorare significativamente la qualità della vita dei pazienti. Anche il controllo di arti robotici e la modulazione della percezione del dolore senza farmaci rientrano tra gli scenari più promettenti.

È qui che il concetto di chip “sicuro” assume un significato concreto. Non si tratta solo di evitare un’operazione chirurgica, ma di ridurre il carico fisico e psicologico associato alle tecnologie neurali, rendendole finalmente accessibili e accettabili su larga scala.

Siamo ancora nelle fasi iniziali, ma il messaggio è chiaro: il futuro delle interfacce cervello-macchina potrebbe essere molto meno invasivo di quanto immaginassimo. E questa volta, la rivoluzione non passa dal bisturi, ma dalla luce.

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