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GoDaddy costretta a smascherare oltre 100 domini: il giudice respinge la difesa dell’anonimato

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Una semplice citazione DMCA da 52 dollari è bastata per mettere in discussione l’anonimato di oltre cento domini accusati di violare il copyright. È questo il cuore di una vicenda giudiziaria che coinvolge GoDaddy, una società di gioco con sede a Gibilterra e un operatore anonimo che ha tentato — senza successo — di fermare quello che definiva uno “smascheramento di massa”.

La decisione finale del tribunale è chiara: GoDaddy dovrà consegnare i dati dei proprietari dei domini.

La denuncia: oltre 100 siti accusati di essere cloni illegali

Tutto parte alla fine di maggio 2025, quando Tamaris (Gibilterra) Limited, società che opera con il marchio Pragmatic Play, invia una notifica DMCA a GoDaddy.
Secondo Tamaris, più di 100 domini ospitano siti che replicano illegalmente la sua piattaforma di gioco, utilizzando marchi, loghi, immagini protette, animazioni e persino il software stesso.

Alcuni di questi siti, peraltro, risultano ospitati direttamente da GoDaddy, motivo per cui l’azienda si aspettava un intervento immediato. Nella comunicazione, Tamaris non usa mezzi termini: GoDaddy sarebbe stata messa formalmente a conoscenza della violazione e avrebbe dovuto revocare i servizi ai siti incriminati.

La citazione DMCA e il tentativo di bloccarla

Il 2 giugno 2025 Tamaris ottiene da un tribunale distrettuale del Maryland una citazione DMCA ai sensi della sezione 512(h), con l’obiettivo di identificare gli operatori dietro 104 domini.

Due mesi dopo, però, accade qualcosa di inusuale.
L’operatore anonimo di due dei domini coinvolti, indicato come John Doe, presenta una mozione di annullamento, sostenendo che la citazione violi gravemente la sua privacy.

Secondo la difesa, l’ordine obbligherebbe GoDaddy a rivelare informazioni estremamente sensibili: nomi, indirizzi, numeri di telefono, dati di pagamento, indirizzi IP, timestamp e perfino contenuti email. Il tutto, a detta di Doe, senza accuse specifiche individualizzate e senza un reale controllo giudiziario.

“Una spedizione di phishing”: l’argomento della difesa

Nella mozione, John Doe descrive l’azione di Tamaris come una vera e propria “spedizione di phishing legale”, finalizzata a smascherare decine di soggetti in blocco, pur essendo lui collegato solo a due domini.

Secondo la difesa, mancava anche la prova che GoDaddy fosse stata notificata correttamente in origine, un passaggio ritenuto essenziale prima di ottenere una citazione DMCA. Inoltre, non essendo pendente alcuna causa civile, la richiesta di divulgazione sarebbe stata prematura e sproporzionata.

A complicare ulteriormente il quadro, Doe invoca anche il Primo Emendamento, sostenendo che l’anonimato è essenziale per proteggere il discorso espressivo online.

Il controattacco di Tamaris: la mozione è tardiva

Tamaris risponde il 15 agosto, sostenendo che la mozione di annullamento non è stata presentata nei tempi previsti.
Secondo l’azienda, l’istanza è arrivata ben oltre la data di restituzione della citazione e non rispetta gli standard legali richiesti, motivo per cui dovrebbe essere respinta senza nemmeno entrare nel merito.

Il caso finisce sul tavolo del giudice capo Timothy J. Sullivan, che decide di pronunciarsi senza necessità di un’udienza.

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La decisione del giudice: privacy sì, ma non a questo punto

Nel suo memorandum dell’11 dicembre, il giudice Sullivan affronta punto per punto le obiezioni sollevate da John Doe.
La prima riguarda il mancato tentativo di risoluzione informale della controversia. Ma la Corte chiarisce subito che le citazioni DMCA sono strumenti precontenziosi, pensati proprio per identificare soggetti quando non esiste ancora una causa pendente.

Anche sulla presunta tardività della mozione, il giudice si mostra indulgente: il ritardo non è imputabile a Doe, perché GoDaddy lo ha avvisato solo settimane dopo. Tuttavia, questa concessione non cambia l’esito finale.

Nessun limite al numero di domini: il DMCA parla chiaro

Uno dei punti chiave della decisione riguarda la cosiddetta “richiesta di massa”.
Secondo la Corte, il DMCA non impone alcun limite al numero di identità che possono essere rivelate con una singola citazione, né richiede prove individualizzate per ciascun dominio.

La notifica iniziale di Tamaris a GoDaddy è stata giudicata sufficiente. Di conseguenza, la citazione DMCA è valida.

Anche l’argomento costituzionale viene respinto.
Il giudice sottolinea che:

  • Tamaris ha dimostrato un caso prima facie di violazione del copyright
  • Il procedimento DMCA è l’unico mezzo disponibile per identificare i presunti trasgressori
  • Le informazioni richieste sono specifiche e mirate

Ma soprattutto, la Corte osserva che l’uso di software di gioco non costituisce condotta espressiva protetta e che John Doe sarebbe impegnato in attività commerciali, che godono di una tutela minima del Primo Emendamento.

La conclusione è netta: la libertà di parola non può essere usata come scudo per violare la proprietà intellettuale.

GoDaddy dovrà consegnare i dati

Con la maggior parte dei fattori a favore della divulgazione, il tribunale stabilisce che le informazioni richieste non sono protette e che l’interesse alla privacy, in questo contesto, è “minimo nella migliore delle ipotesi”.

La mozione di annullamento viene respinta.
GoDaddy dovrà rivelare le identità dietro oltre 100 domini.

Un precedente che potrebbe avere implicazioni enormi per hosting provider, operatori anonimi e chiunque utilizzi il DMCA come strumento di indagine.

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