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Hollywood all’attacco: l’India diventa il centro della guerra globale contro i siti pirata

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La battaglia contro la pirateria online sta cambiando campo di gioco. Non più solo blocchi locali, non più semplici oscuramenti affidati agli ISP nazionali. Oggi i colossi dell’intrattenimento – Disney, Netflix, Warner Bros., Apple e Crunchyroll – stanno cercando di usare l’India come leva giudiziaria per colpire la pirateria su scala globale. E il fulcro di questa strategia è l’Alta Corte di Nuova Delhi.

Con una nuova ordinanza emessa il 18 dicembre, il tribunale indiano ha autorizzato un massiccio blocco di oltre 150 domini legati a noti siti pirata, tra cui yflix.to, animesuge.bz e bs.to. Ma la vera novità non è l’ennesimo ordine di oscuramento. È l’estensione del provvedimento oltre i confini indiani, con effetti che puntano direttamente al cuore dell’infrastruttura globale di Internet.

Non si tratta più solo di impedire l’accesso agli utenti locali. L’obiettivo dichiarato è far sparire i siti pirata dalla rete, intervenendo a monte, sui registrar dei nomi di dominio.

Dalle ingiunzioni classiche al “Dynamic++”: come l’India ha alzato il livello

Da oltre dieci anni i tribunali indiani emettono ordini di blocco contro i siti pirata. All’inizio si trattava di misure semplici: un dominio segnalato, un ISP obbligato a bloccarlo. Una soluzione inefficace nel medio periodo, perché i siti pirata cambiavano indirizzo nel giro di poche ore, costringendo i titolari dei diritti a tornare in tribunale.

Per risolvere il problema è nata l’ingiunzione dinamica, che impone agli ISP di bloccare non solo il dominio originale, ma anche tutti i cloni e i mirror che compaiono successivamente. Ma nemmeno questo è bastato a fermare quella che, nei documenti giudiziari, viene spesso descritta come un’idra digitale.

Da qui l’evoluzione più aggressiva: le ingiunzioni Dynamic+ e Dynamic++. Questi ordini non si limitano a proteggere contenuti già registrati, ma includono anche opere future e, soprattutto, coinvolgono direttamente i registrar dei nomi di dominio come imputati. È il passaggio chiave che trasforma un blocco locale in un tentativo di kill switch globale.

Registrar non conformi
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La denuncia che ha portato all’ultima ordinanza è stata presentata da Warner Bros., Apple, Disney, Netflix e Crunchyroll, tutti legati all’alleanza antipirateria ACE della MPA. I titoli citati non sono casuali: Stranger Things, Squid Game e Silo figurano tra i contenuti più piratati al mondo.

L’ordinanza non si limita a ordinare il blocco ai provider indiani. Elenca come imputati anche registrar internazionali come Namecheap, GoDaddy e Tucows, oltre a soggetti particolari come il governo del Regno di Tonga, legato ai domini .to. Ai registrar viene imposto di sospendere i domini entro 72 ore e di fornire, entro quattro settimane, tutti i dati degli abbonati, inclusi contatti, IP e informazioni bancarie.

Sulla carta è un colpo durissimo. Nella pratica, però, le cose sono andate diversamente.

Il “kill switch globale” che non scatta

A distanza di giorni dalla scadenza imposta dal tribunale, la realtà è chiara: la maggior parte dei registrar non ha rispettato l’ordine. Molti dei domini colpiti risultano ancora attivi, alcuni reindirizzano verso nuovi indirizzi, altri continuano a funzionare normalmente, segno che i proprietari mantengono il controllo.

Secondo le verifiche disponibili, registrar come Namecheap, GoDaddy, NameSilo, Dynadot, OVH e Tucows non hanno sospeso la maggioranza dei domini indicati. Anche il governo di Tonga non ha dato seguito all’ordinanza. Solo pochi soggetti, come Porkbun, WHG Hosting e Hostinger, hanno effettivamente disattivato i domini coinvolti.

Il dato è politicamente e giuridicamente rilevante. Le aziende straniere non sono obbligate automaticamente a rispettare un ordine di un tribunale indiano, e questo limite emerge con forza proprio nel momento in cui Hollywood tenta di trasformare l’India in un tribunale globale della pirateria.

Una strategia che non si fermerà qui

La mancata collaborazione dei registrar è senza dubbio una sconfitta parziale per Netflix, Disney e gli altri studios, ma non rappresenta la fine della partita. Al contrario, è molto probabile che le major tornino in tribunale per ottenere nuovi ordini, più stringenti, o per esercitare pressione indiretta attraverso altri canali legali e politici.

Nel frattempo, l’India resta uno degli strumenti più aggressivi e rapidi a disposizione dell’industria dell’intrattenimento per colpire la pirateria. A livello locale, il sistema funziona: decine di migliaia di domini e indirizzi IP sono già stati bloccati. A livello globale, però, il tentativo di esportare l’autorità giudiziaria indiana oltre confine mostra ancora tutti i suoi limiti.

La guerra ai siti pirata è entrata in una nuova fase, più centralizzata e più dura. Ma il controllo globale di Internet, almeno per ora, non si conquista con un’ingiunzione.

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