L’IA giapponese che legge pensieri e immagini: l’inizio di una nuova era inquietante

Il Giappone ha appena acceso un faro su un futuro che, fino a ieri, sembrava fantascienza pura. Una squadra di ricercatori ha sviluppato una tecnologia capace di decifrare ciò che una persona vede o ricorda basandosi unicamente sull’attività cerebrale.
Non stiamo parlando di un esperimento marginale o di un prototipo da laboratorio: è un metodo già funzionante, seppur ancora lontano dalla perfezione, che mette in discussione il confine più sacro di tutti — la privacy della mente.
Per la prima volta, un modello di intelligenza artificiale ha imparato a trasformare impulsi cerebrali grezzi in frasi coerenti, descrivendo scene, oggetti e persino ricordi di una persona sdraiata dentro uno scanner fMRI. L’idea stessa fa venire i brividi: ciò che guardi… e ciò che ricordi… può essere tradotto, interpretato, ricostruito.
Come funziona davvero l’algoritmo che ascolta la mente
L’esperimento è iniziato in un ambiente altamente controllato. I partecipanti hanno guardato migliaia di brevi video mentre i ricercatori registravano ogni variazione nel flusso sanguigno del cervello tramite fMRI. Ogni reazione veniva catturata e confrontata con astrazioni semantiche ricavate dalle didascalie dei video stessi.
Immagina un’enorme mappa in cui, all’incrocio tra un’immagine e un significato, l’IA impara a riconoscere un pattern.

Dopo settimane di addestramento, l’algoritmo ha iniziato a scegliere parole come se le pescasse direttamente dalla coscienza. Non “indovinava a caso”: costruiva frasi basate sulle corrispondenze tra segnali cerebrali e concetti linguistici.
Il risultato è sorprendente: quando veniva mostrato un nuovo video, il sistema riusciva a identificare quello corretto tra 100 possibilità in circa un caso su due. Non è infallibile, ma è molto più di quanto chiunque avrebbe osato prevedere solo qualche anno fa.
Ancora più inquietante è il test dei ricordi: quando ai partecipanti venivano presentati video già visti, l’IA riusciva a indovinare cosa stessero ricordando con una precisione del 40%.
Non lo chiameremo “lettura del pensiero”, ma ne è la versione scientificamente accettabile — e già abbastanza per aprire un nuovo mondo di domande etiche.

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Uno degli aspetti più rivelatori dello studio è che il metodo funziona anche quando si escludono le aree classiche del linguaggio nel cervello.
Significa che l’IA non sta traducendo pensieri verbalizzati. Sta accedendo a livelli più primitivi, più grezzi, più autentici dell’attività mentale. È un passo enorme verso le interfacce neurali di nuova generazione, quelle che un giorno potrebbero permettere di controllare dispositivi, comunicare senza parole, creare immagini con il pensiero.
Ma questo potenziale tecnologico arriva con un’ombra lunga.

Per ora, il sistema dipende da macchinari ingombranti come lo scanner fMRI. Le applicazioni pratiche sono lontane. Eppure, ogni tecnologia rivoluzionaria inizia così: sperimentale, lenta, imperfetta… per poi accelerare all’improvviso.
Cinque anni fa, l’idea di ricostruire immagini dai segnali cerebrali era una curiosità accademica. Oggi è una realtà da laboratorio. Domani potrebbe essere un prodotto commerciale.
E qui nasce il lato distopico della storia. Se un algoritmo è in grado di ricostruire immagini che vediamo e ricordi che riaffiorano, chi controllerà questa tecnologia?
Chi deciderà cosa può essere letto e cosa no?
E soprattutto: esisterà ancora un angolo della mente davvero privato?
Per ora i ricercatori parlano di potenziale positivo: terapie avanzate, comunicazione per persone paralizzate, nuove forme di creatività assistita. Ma ogni passo avanti nel decifrare il cervello comporta una domanda inevitabile: quanto siamo pronti a condividere ciò che è dentro di noi?
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