L’Italia colpisce duro: maxi multa da 14 milioni a Cloudflare per il DNS 1.1.1.1

Lo scontro tra antipirateria e infrastrutture globali di Internet entra in una nuova fase. AGCOM ha inflitto a Cloudflare una sanzione record da 14,2 milioni di euro, accusando l’azienda di essersi rifiutata di applicare i blocchi antipirateria richiesti sul suo DNS pubblico 1.1.1.1. Una decisione che segna un precedente pesante, non solo per l’Italia.
Il nodo del DNS: “troppo grande per essere bloccato?”
Cloudflare ha sempre sostenuto che filtrare un risolutore DNS globale come 1.1.1.1 sarebbe irragionevole e sproporzionato, con effetti negativi su miliardi di query quotidiane e un impatto diretto sulla latenza per utenti legittimi in tutto il mondo.
AGCOM, però, non ha accettato la tesi del “troppo grande per essere bloccato”. Secondo l’Autorità, Cloudflare non è un intermediario neutrale e dispone di tutte le competenze tecniche per applicare misure mirate senza compromettere il servizio.
Piracy Shield: lo scudo che fa discutere
Il cuore del contenzioso è Piracy Shield, il sistema lanciato nel 2024 come pilastro della lotta alla pirateria sportiva in diretta. I suoi poteri sono ampi: bloccare domini e IP entro 30 minuti dalla segnalazione.
Se da un lato il sistema ha colpito molte fonti illegali, dall’altro è stato travolto dalle polemiche per overblocking, con siti e servizi legittimi finiti offline per errore. In diversi casi, al centro delle segnalazioni c’è stata proprio Cloudflare, che ha criticato opacità e mancanza di garanzie procedurali.

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L’ordine ignorato e la sanzione
La vicenda ruota attorno all’Ordine AGCOM 49/25/CONS (febbraio 2025), che imponeva a Cloudflare di bloccare la risoluzione DNS e il traffico verso un elenco di domini e IP legati alla violazione del copyright.
Il rifiuto di applicare i blocchi sul DNS pubblico ha portato alla conclusione dell’istruttoria: violazione dei requisiti legali e multa pari all’1% del fatturato globale (la legge consente fino al 2%).
AGCOM rivendica la portata storica della decisione: prima sanzione di questo tipo per entità e impatto, giustificata – sostiene – dal ruolo centrale di Cloudflare, collegata a circa il 70% dei siti pirata presi di mira dal regime italiano.

Un precedente che fa tremare il settore
Il messaggio è chiaro: anche i provider DNS e le VPN rientrano ormai nel perimetro dei blocchi. Un’estensione che potrebbe cambiare l’equilibrio tra enforcement locale e infrastrutture globali.
Cloudflare ha già annunciato battaglia legale e ricorrerà in appello. Il caso, però, non riguarda solo un’azienda: potrebbe coinvolgere anche altri grandi risolutori pubblici come Google e OpenDNS, chiamati a osservare da vicino l’esito del contenzioso.
E adesso?
AGCOM afferma di andare avanti senza esitazioni: dall’avvio del Piracy Shield, 65.000 domini e 14.000 indirizzi IP sarebbero già stati bloccati. Ma la domanda resta aperta: fino a che punto è legittimo chiedere a un’infrastruttura globale di adattarsi a ordini nazionali, senza effetti collaterali sulla rete?
La risposta arriverà nelle aule di tribunale. Intanto, il precedente è stato scritto.
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