Meta sotto accusa: miliardi incassati da annunci fraudolenti su Facebook e Instagram

Per anni le truffe online sono state liquidate come un “effetto collaterale” inevitabile dei social network. Ora però il quadro cambia radicalmente. Meta è finita al centro di una causa pesantissima, accusata di aver guadagnato miliardi di dollari consentendo la diffusione sistematica di annunci fraudolenti sulle sue piattaforme, Facebook e Instagram.
Il procedimento legale è stato avviato nelle Isole Vergini americane, dove la procura territoriale ha portato il caso davanti all’Alta Corte di St. Croix. L’accusa è diretta e senza giri di parole: Meta avrebbe tollerato – e ritardato intenzionalmente il blocco – delle inserzioni illegali perché estremamente redditizie.
Un modello di business basato sull’inganno?
Secondo la denuncia, i documenti interni dell’azienda mostrerebbero che Meta era perfettamente consapevole del valore economico della pubblicità legata a frodi, scommesse illegali e vendita di prodotti proibiti. Le stime citate nel fascicolo parlano di miliardi di dollari di entrate annuali, una cifra che avrebbe reso queste inserzioni una componente strutturale del modello di business.
Le autorità sostengono che la piattaforma avrebbe imposto una soglia di “certezza quasi assoluta” prima di intervenire contro inserzionisti sospetti. In pratica, anche in presenza di segnali evidenti, gli annunci ingannevoli sarebbero rimasti online per settimane o mesi, continuando a colpire gli utenti e a generare profitti per Meta.
Utenti danneggiati, ma ricavi intatti
Il punto più delicato della causa riguarda proprio le conseguenze per gli utenti. Mentre migliaia di persone subivano perdite finanziarie dirette, la piattaforma continuava a incassare pagamenti pubblicitari. Secondo la procura, questo squilibrio dimostrerebbe che la tutela dei consumatori è stata subordinata agli interessi economici.
Il procedimento mira ora a imporre sanzioni civili ai sensi delle leggi locali sulla protezione dei consumatori, colpendo direttamente la società guidata da Mark Zuckerberg.

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La difesa di Meta: “Stiamo combattendo le truffe”
Meta respinge con forza tutte le accuse. Un portavoce ufficiale ha dichiarato che l’azienda combatte attivamente le frodi su tutte le sue piattaforme e riconosce che la pubblicità ingannevole danneggia utenti e inserzionisti legittimi. Secondo la versione ufficiale, il numero di segnalazioni di truffe sarebbe in calo negli ultimi mesi, grazie a strumenti di rilevamento più avanzati e a un’applicazione più severa delle policy interne.
L’azienda ha inoltre negato di aver trascurato la tutela dei minori, sottolineando di aver rafforzato le proprie regole e i sistemi di controllo dedicati agli utenti più giovani.
Un caso che può cambiare le regole del gioco
La causa arriva in un momento cruciale. Negli Stati Uniti cresce la pressione politica sulla responsabilità delle piattaforme digitali, soprattutto dopo la pubblicazione di dati sulle proiezioni dei ricavi pubblicitari di Meta. Alcuni legislatori hanno già chiesto alle autorità federali di verificare possibili violazioni delle leggi sulla tutela dei consumatori e sul mercato azionario.
Le autorità delle Isole Vergini americane rivendicano un ruolo pionieristico: questa azione legale punta a colmare le lacune della supervisione federale, aprendo la strada ad altri regolatori pronti a seguire lo stesso percorso.
Intelligenza artificiale, chatbot e minori: un altro fronte delicato
Tra gli elementi più controversi del fascicolo emergono anche riferimenti alle politiche interne sull’uso dell’intelligenza artificiale. Secondo i documenti citati in tribunale, alcune linee guida avrebbero permesso in passato interazioni tra chatbot e minori. Tali regole sarebbero state modificate solo dopo forti pressioni pubbliche legate alla protezione dell’infanzia online.
Il messaggio che arriva da questo contenzioso è chiaro: la stagione dell’impunità per la pubblicità digitale potrebbe essere finita. E Meta, per la prima volta, rischia di dover rispondere non solo moralmente, ma anche legalmente, di ciò che è stato permesso – o ignorato – sulle sue piattaforme.
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