Senatori democratici contro X: Apple e Google sotto pressione per le immagini AI di Grok

La battaglia politica contro l’intelligenza artificiale entra in una nuova fase, e questa volta nel mirino finisce X. Tre senatori democratici statunitensi hanno ufficialmente chiesto ad Apple e Google di valutare la rimozione dell’app X dai rispettivi app store, accusando la piattaforma di aver consentito la generazione e la diffusione di immagini sessuali non consensuali, alcune delle quali raffigurerebbero donne e, in casi estremi, presunte minorenni in bikini, tramite il chatbot AI Grok.
La richiesta arriva in una lettera indirizzata direttamente ai CEO Tim Cook e Sundar Pichai, firmata dai senatori Ron Wyden (Oregon), Ben Ray Luján (New Mexico) ed Ed Markey (Massachusetts). Il messaggio è chiaro: secondo i legislatori, Apple e Google non possono continuare a distribuire X senza contraddire apertamente le proprie politiche di sicurezza.
Accuse dirette e minaccia di rimozione dagli app store
I senatori sostengono che le capacità di generazione di immagini di Grok abbiano reso possibile la creazione su larga scala di contenuti sessuali non consensuali, violando apertamente le regole degli app store. Nella lettera vengono citate in modo esplicito le policy di Google Play, che vietano qualsiasi app che faciliti lo sfruttamento o l’abuso dei minori, e le linee guida di Apple, che proibiscono contenuti ritenuti “offensivi” o “semplicemente inquietanti”.
Secondo i firmatari, chiudere un occhio sul comportamento di X equivarrebbe a svuotare di significato l’intero sistema di moderazione degli app store.
Il nodo politico: sicurezza o controllo?
Nella parte più dura della lettera, i senatori accusano implicitamente Apple e Google di incoerenza. Permettere a X di restare sugli store, sostengono, minerebbe la credibilità delle aziende, soprattutto considerando che proprio la presunta “maggiore sicurezza” degli app store è stata usata negli anni come argomento chiave:
- Contro le riforme legislative che puntavano ad aumentare la concorrenza
- Contro le accuse di abuso di posizione dominante
- A difesa dei sistemi di pagamento proprietari
In altre parole, se X resta, l’intero impianto difensivo di Apple e Google rischia di crollare.
I senatori chiedono quindi una risposta formale entro il 23 gennaio, lasciando intendere che, in assenza di interventi concreti, la rimozione temporanea dell’app dovrebbe essere la misura minima in attesa di un’indagine completa.
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Il problema delle immagini AI va ben oltre X
Ed è qui che il dibattito si fa più complesso. Sebbene la lettera prenda di mira esclusivamente X, il problema delle immagini generate dall’intelligenza artificiale non riguarda una sola piattaforma. La generazione di contenuti visivi tramite modelli AI — addestrati su enormi set di dati — è ormai una funzione diffusa, capace di produrre immagini estremamente realistiche partendo da semplici prompt testuali.
Come sottolineato da Cindy Harper in un’analisi pubblicata su Recupera la rete, la manipolazione delle immagini e la creazione di contenuti sintetici sono presenti nella maggior parte dei principali sistemi di intelligenza artificiale, inclusi modelli proprietari e open source.
Perché colpire solo X?
La critica più forte è proprio questa. I senatori non hanno chiesto provvedimenti simili contro altre app AI disponibili su App Store e Google Play, nonostante sia noto che strumenti come ChatGPT di OpenAI — con cui Apple collabora per Siri — e Gemini AI di Google siano in grado, in determinate condizioni, di produrre immagini sintetiche comparabili.
Secondo Harper, prendere di mira una singola azienda come capro espiatorio può placare l’indignazione politica, ma non affronta il problema strutturale: tutti i modelli AI avanzati possono generare contenuti che superano i confini etici o legali.
Quando le regole degli app store vengono applicate in risposta alla pressione politica e non a criteri oggettivi, il rischio è quello di trasformare il gatekeeping digitale in uno strumento di controllo, più che in un sistema neutrale di protezione degli utenti.
Il risultato? Un ecosistema in cui grandi aziende e istituzioni decidono chi può parlare e chi no, mentre le vere questioni tecnologiche restano irrisolte.
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