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Speranza concreta contro l’Alzheimer: una molecola “naturale” riaccende la memoria

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Per anni l’Alzheimer è stato raccontato come una strada a senso unico: una volta avviato il declino, tornare indietro sembrava impossibile. Oggi, però, dalla ricerca arriva un segnale diverso, più audace. Un composto già presente nel nostro organismo, l’alfa-chetoglutarato di calcio (CaAKG), ha dimostrato di ripristinare funzioni critiche della memoria in modelli sperimentali della malattia. Non una promessa vaga, ma un risultato misurabile: il ritorno in vita dei meccanismi biologici che rendono possibile ricordare.

Il ponte sinaptico: dove la memoria nasce… e può essere salvata

Per capire perché questo studio stia attirando tanta attenzione, bisogna entrare nel cuore del cervello: la sinapsi. È qui, in questo spazio microscopico tra un neurone e l’altro, che la memoria prende forma. Il processo chiave si chiama potenziamento a lungo termine (LTP), un rafforzamento stabile delle connessioni sinaptiche dopo un’intensa attività neurale. In altre parole, è la firma biologica dell’apprendimento.

Nel morbo di Alzheimer questo meccanismo si rompe. Le connessioni si indeboliscono, i segnali non passano più, la memoria svanisce. Utilizzando tessuti dell’ippocampo di topi APP/PS1 – un modello standard per lo studio dell’Alzheimer – il team di Singapore guidato dal professor Brian Kennedy ha confermato quanto il deficit di LTP sia profondo. Ma la svolta arriva con l’introduzione del CaAKG: il segnale sinaptico si riattiva. Il “ponte” tra i neuroni, prima compromesso, torna a funzionare.

Non si tratta di un semplice miglioramento marginale. È come se una linea di comunicazione data per persa venisse improvvisamente riparata, consentendo al cervello di tornare a trasmettere informazioni in modo efficace.

Una deviazione intelligente nel cervello malato

Il fascino di questa scoperta sta anche nel suo meccanismo d’azione. Nell’Alzheimer, uno dei principali problemi è il malfunzionamento del recettore NMDA, la porta d’ingresso classica del calcio nelle sinapsi, fondamentale per la memoria. Gli oligomeri amiloidi tossici lo bloccano o lo sovrastimolano, mandando in tilt il sistema.

Il CaAKG aggira l’ostacolo. Non forza la porta principale, ma trova una strada alternativa. Stimola l’ingresso del calcio attraverso canali diversi, in particolare quelli di tipo L e i recettori AMPA permeabili al calcio. È una vera e propria deviazione neurale che permette al segnale della memoria di fluire di nuovo, nonostante l’ingorgo patologico.

C’è di più. Il CaAKG ha anche potenziato l’autofagia, il sistema di “pulizia” delle cellule. Non solo ripara il cablaggio, quindi, ma contribuisce a rimuovere i rifiuti tossici che avevano causato il corto circuito. Un doppio intervento: funzionale e strutturale.

Come ha spiegato il professor Kennedy, “composti sicuri e naturali come il CaAKG potrebbero un giorno integrare gli approcci esistenti per proteggere il cervello e rallentare la perdita di memoria. Poiché l’AKG è già presente nel nostro organismo, intervenire su questi percorsi potrebbe comportare meno rischi e una maggiore accessibilità”.

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Donne, Alzheimer e medicina di precisione: un segnale che non può essere ignorato

Uno degli aspetti più sorprendenti dello studio riguarda le differenze di genere. Gli effetti del CaAKG sono risultati significativamente più forti nei topi femmina rispetto ai maschi. Un dato che non arriva dal nulla. Studi precedenti avevano già mostrato che il CaAKG è più efficace nel prolungare la durata della vita nelle femmine e che l’Alzheimer colpisce le donne in modo diverso, spesso più aggressivo.

Il team di Kennedy aveva osservato che le femmine APP/PS1 sviluppano un declino cognitivo più rapido e una neuroinfiammazione più marcata. Il CaAKG sembra intervenire proprio su questo fronte, modulando una risposta infiammatoria eccessiva, uno dei motori silenziosi della neurodegenerazione. È un messaggio chiaro: il futuro della neurologia non può prescindere dalla medicina di precisione, capace di adattare le terapie al sesso biologico e ai meccanismi specifici della malattia.

Dalla cura della malattia alla resilienza del cervello

Le implicazioni di questo lavoro vanno oltre il CaAKG. Tocca una visione più ampia, quella della geroscienza, secondo cui colpire i pilastri dell’invecchiamento – disfunzione mitocondriale, perdita di proteostasi, infiammazione cronica – può rallentare o prevenire un intero ventaglio di malattie legate all’età.

Qui il confine si fa sottile. Non si tratta più solo di “curare l’Alzheimer”, ma di rafforzare la resilienza del cervello nel tempo. Un cambiamento di paradigma simile a quello avvenuto in cardiologia, quando l’attenzione si è spostata dal trattamento dell’infarto alla promozione della salute cardiovascolare lungo tutto l’arco della vita.

Le prospettive future, inclusi sistemi avanzati di somministrazione capaci di superare la barriera emato-encefalica, suggeriscono uno scenario in cui molecole geroprotettive come il CaAKG potrebbero essere indirizzate con precisione chirurgica dove servono davvero.

Un percorso lungo, ma insolitamente promettente

Il salto dal laboratorio al paziente è sempre complesso. Ma il CaAKG parte avvantaggiato: è una molecola endogena, già prodotta dal corpo umano, con un profilo di sicurezza favorevole. Le prime integrazioni negli studi sull’uomo indicano una buona tollerabilità. Ora la sfida è trasformare questi risultati spettacolari in sperimentazioni cliniche solide, capaci di dimostrare se sostenere questo metabolita possa davvero preservare la sinfonia della memoria umana.

Non è una cura miracolosa. Ma è qualcosa che, fino a poco tempo fa, sembrava impossibile: la prova che il cervello colpito dall’Alzheimer può ancora rispondere, ripararsi, ricordare.

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