Conservanti nel piatto: lo studio che riaccende l’allarme sul rischio cancro

Per anni li abbiamo considerati una presenza quasi invisibile, nascosta tra le righe delle etichette alimentari e nei prodotti di uso quotidiano. Eppure oggi i conservanti tornano al centro del dibattito scientifico con un peso che non può più essere ignorato. Un nuovo e ampio studio francese, pubblicato su The BMJ, suggerisce infatti un possibile legame tra diversi additivi comunemente utilizzati e un aumento del rischio di cancro.
La ricerca ha seguito oltre 100.000 adulti per più di dieci anni, dal 2009 fino alla fine del 2023. Un campione enorme, composto in gran parte da donne, con un’età media iniziale di 42 anni. I ricercatori hanno analizzato in modo meticoloso le abitudini alimentari dei partecipanti, raccogliendo diari nutrizionali dettagliati delle 24 ore ripetuti nel tempo, con una media di oltre sette anni di osservazione per persona.
Durante il periodo di follow-up, circa 4.000 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di cancro, con una prevalenza di tumori al seno, alla prostata e al colon-retto. Numeri che, da soli, non provano un rapporto di causa-effetto, ma che diventano significativi quando vengono incrociati con l’esposizione continuativa a determinati conservanti.
Gli scienziati hanno preso in esame 17 additivi alimentari, presenti in cibi trasformati, salumi, prodotti da forno, bevande, salse, ma anche in articoli non alimentari come dentifrici e condimenti industriali. Il risultato è stato tutt’altro che uniforme, e proprio per questo merita attenzione.

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Quando alcuni additivi fanno più rumore di altri
Nel complesso, lo studio non ha trovato un collegamento diretto tra il consumo totale di conservanti e il rischio generale di cancro. Tuttavia, entrando nel dettaglio, alcune sostanze emergono con dati tutt’altro che rassicuranti, soprattutto tra le persone con un’esposizione più elevata.
Tra i conservanti che mostrano le associazioni più preoccupanti figurano il sorbato di potassio, il nitrito di sodio, il nitrato di potassio, diversi solfiti, gli acetati e l’eritorbato di sodio. In questi casi, i ricercatori hanno osservato un aumento statisticamente significativo del rischio oncologico rispetto a chi ne consumava quantità minime o nulle.
Il sorbato di potassio, utilizzato per prevenire muffe in carni essiccate, formaggi e prodotti in scatola, è stato associato a un aumento del rischio complessivo di cancro del 14% e a un incremento del 26% per il cancro al seno. Il nitrito di sodio, spesso presente nei salumi, è stato collegato a un aumento del 32% del rischio di cancro alla prostata, mentre il nitrato di potassio ha mostrato un incremento del rischio generale del 13% e del 22% per il tumore al seno.
Anche gli acetati, ampiamente utilizzati nei cibi sottaceto e nelle salse, hanno evidenziato un legame con un aumento del rischio oncologico, così come i solfiti, presenti in carni lavorate, bibite e marmellate. Tra gli antiossidanti, solo gli eritorbati – in particolare l’eritorbato di sodio – sono risultati associati a una maggiore incidenza di tumori.
Prudenza, non panico: cosa significa davvero questo studio
È fondamentale chiarirlo: questo studio non dimostra che i conservanti causino il cancro, ma indica associazioni che meritano attenzione e ulteriori approfondimenti. Le agenzie regolatorie, come la FDA, classificano molte di queste sostanze come “generalmente riconosciute come sicure”. Tuttavia, la ricerca scientifica più recente sta mostrando che l’esposizione cronica, cumulativa e combinata potrebbe avere effetti diversi rispetto a quelli osservati nei test tradizionali.
Gli autori sottolineano che le dimensioni del campione e la durata del follow-up rafforzano l’affidabilità dei risultati, che si inseriscono in un filone crescente di studi sui potenziali effetti a lungo termine degli additivi alimentari. Non a caso, invitano i produttori a ridurre l’uso di conservanti non strettamente necessari e incoraggiano politiche di salute pubblica che favoriscano il consumo di alimenti freschi e minimamente trasformati.
Il messaggio, dunque, non è quello di demonizzare ogni additivo, ma di ripensare l’equilibrio tra conservazione, comodità e salute, soprattutto in un contesto in cui il consumo di prodotti ultra-processati continua a crescere.
Come concludono i ricercatori, questo studio apre la strada a una possibile rivalutazione della sicurezza di alcuni conservanti, tenendo conto non solo dei benefici industriali, ma anche dei rischi potenziali per la salute nel lungo periodo.
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