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Google critica il blocco dei siti pirata in Europa mentre gli USA accelerano

Google alza il livello dello scontro sul blocco dei siti accusati di pirateria, criticando apertamente alcune delle misure adottate in Europa. Proprio mentre negli Stati Uniti cresce il sostegno politico verso una nuova legislazione dedicata al site blocking, emergono nuovi scenari.

Il tema è diventato particolarmente delicato per l’azienda perché i provvedimenti non riguardano più soltanto gli operatori di telecomunicazioni tradizionali. Infatti, adesso coinvolgono direttamente infrastrutture e servizi tecnologici. In diversi Paesi europei, tra cui Francia, Belgio, Italia e Portogallo, a Google è stato ordinato di impedire l’accesso a determinati domini attraverso il proprio resolver DNS.

La posizione dell’azienda emerge da una presentazione inviata nell’ambito della consultazione della Commissione europea sulla revisione della direttiva sul copyright. Nel documento, indicato come privilegiato e riservato ma pubblicato sul sito della Commissione insieme agli altri contributi, Google espone in modo dettagliato le proprie obiezioni.

Per Google i danni del blocco possono superare i benefici

Secondo Google, imporre blocchi a resolver DNS di terze parti, VPN o indirizzi IP può risultare inefficace, sproporzionato e potenzialmente dannoso per servizi perfettamente legittimi. Il problema principale è che queste misure non eliminano realmente i contenuti contestati e, in molti casi, possono essere aggirate ricorrendo a sistemi alternativi.

L’azienda sottolinea inoltre che il blocco di un intero dominio rischia di coinvolgere risorse lecite. Inoltre, intervenire su un indirizzo IP può avere conseguenze ancora più ampie quando la stessa infrastruttura viene condivisa da numerosi siti e servizi. Un singolo intervento tecnico può quindi produrre effetti collaterali su soggetti completamente estranei alla violazione del copyright.

A sostegno delle proprie argomentazioni, Google richiama diversi episodi concreti. Tra questi figura il sistema italiano Piracy Shield, che secondo la società avrebbe coinvolto nel blocco un sottodominio di Google Drive. Inoltre avrebbe coinvolto anche indirizzi IP collegati a infrastrutture condivise da oltre 42 milioni di domini di clienti Cloudflare.

Dall’Italia alla Spagna, il rischio del sovrablocco

Google cita anche il caso della Francia, dove Cisco ha interrotto la disponibilità del servizio OpenDNS dopo un ordine giudiziario che imponeva il blocco attraverso resolver DNS. Un altro precedente risale al dicembre 2019 in Portogallo. In quell’occasione il blocco di indirizzi IP virtuali ospitati da Google avrebbe interrotto servizi fondamentali dell’azienda e traffico legittimo appartenente ad altri clienti Google Cloud che condividevano gli stessi IP.

Le preoccupazioni sul cosiddetto overblocking, cioè il blocco involontario di risorse legittime insieme a quelle effettivamente prese di mira, sono state alimentate anche da una recente ricerca su larga scala dell’Open Observatory of Network Interference. Secondo lo studio, dopo un ordine di blocco legato alla Liga spagnola, più di 554.000 domini sarebbero stati resi inaccessibili almeno una volta durante la trasmissione delle partite.

Tra le risorse coinvolte figuravano endpoint associati ad Amnesty International, ACLU, UNICEF, UNHCR, al Senato australiano, alla Stanford Law Review e ad Amazon S3. Per Google, episodi di questa portata dimostrano perché qualsiasi misura di blocco debba essere estremamente precisa e accompagnata da solide garanzie.

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Google chiede limiti chiari e controllo giudiziario reale

La società non sembra opporsi in assoluto a qualsiasi forma di blocco. Tuttavia sostiene che un simile strumento dovrebbe essere adottato soltanto come ultima risorsa, dopo il fallimento dei normali meccanismi di rimozione. Le ingiunzioni dovrebbero inoltre essere trasparenti, proporzionate, limitate nel tempo e sottoposte a un autentico controllo da parte dei tribunali.

Google ritiene infatti che i giudici non debbano limitarsi ad approvare automaticamente le richieste avanzate dai titolari dei diritti. Anche i costi necessari all’attuazione delle misure, secondo l’azienda, dovrebbero essere condivisi tra titolari dei diritti e intermediari.

La posizione dell’azienda va però oltre il dibattito tecnico. Secondo Google, il contrasto più efficace alla pirateria non dipende esclusivamente dall’applicazione di misure restrittive. Una delle cause fondamentali del fenomeno sarebbe infatti la domanda dei consumatori che non trova risposte adeguate nell’offerta legale. Servizi migliori, più comodi e facilmente accessibili rappresenterebbero quindi uno degli strumenti più efficaci per ridurre il ricorso alla pirateria.

Negli Stati Uniti cresce la spinta verso una nuova legge

Il documento europeo di Google arriva mentre negli Stati Uniti il dibattito sul blocco dei siti sta entrando in una fase decisiva. Il 30 giugno, la sottocommissione della Camera dedicata alla proprietà intellettuale ha tenuto un’audizione sulla tutela del copyright e sull’applicazione delle norme online. Una futura legge sul site blocking figura tra i principali argomenti affrontati.

Il presidente della sottocommissione, il deputato Darrell Issa, ha indicato l’intenzione di procedere verso una proposta legislativa. Ha affermato che la fase educativa del processo sarebbe ormai conclusa e che il testo dei compromessi finali era in distribuzione per arrivare a una legge.

Parallelamente, la deputata Zoe Lofgren, già promotrice della proposta concorrente FADPA, avrebbe confermato negoziati per raggiungere un accordo bipartisan e bicamerale insieme a Issa e ai senatori Blackburn, Coons, Schiff e Tillis. Il quadro suggerisce quindi che negli Stati Uniti il sostegno politico a una qualche forma di blocco dei siti stia guadagnando terreno.

La sentenza Cox contro Sony cambia lo scenario

A rafforzare le richieste di nuovi strumenti di contrasto è intervenuta anche la decisione della Corte Suprema nel caso Cox contro Sony. La Corte ha concluso che i provider Internet non possono essere considerati secondariamente responsabili della pirateria commessa dagli utenti, a meno che non inducano attivamente le violazioni o adattino intenzionalmente i propri servizi per favorirle.

Per i titolari dei diritti, questa interpretazione rende più difficile utilizzare la responsabilità degli ISP come strumento di enforcement. Inoltre, aumenta di conseguenza l’interesse verso alternative come il blocco dei siti.

Google, almeno pubblicamente, non ha ancora assunto una posizione specifica sui progetti legislativi statunitensi. L’azienda fa tuttavia parte della Software and Information Industry Association, il cui presidente Chris Mohr ha dichiarato durante la recente audizione che i membri dell’organizzazione sono realmente divisi sulla questione.

La posizione americana di Google resta ancora da chiarire

Mohr ha comunque sottolineato che un’eventuale legge statunitense dovrebbe prevedere una robusta supervisione giudiziaria e misure tecniche sufficientemente precise da evitare il sovrablocco e proteggere le infrastrutture condivise.

Anche l’Internet Infrastructure Coalition, che rappresenta importanti aziende tecnologiche tra cui Amazon, Cloudflare e Google, aveva già criticato i progetti di blocco troppo ampi. Ha inoltre promosso la campagna DNS at Risk per richiamare l’attenzione sui rischi associati al blocco attraverso il sistema dei nomi di dominio.

La posizione espressa da Google in Europa appare comunque netta: obbligare resolver DNS di terze parti a effettuare blocchi può essere inefficace, sproporzionato e pericoloso per siti e servizi legittimi. Resta ora da vedere se l’azienda utilizzerà gli stessi argomenti anche negli Stati Uniti. Questo avverrà qualora il progetto di legge sul site blocking proceda concretamente nel percorso legislativo.

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