Gennaio nero per Microsoft: Windows 11 crolla e la privacy si scontra con la legge

Il 2026 si è aperto in salita per Microsoft. Nel giro di poche settimane, il colosso di Redmond si è trovato a gestire un aggiornamento problematico di Windows 11, un lungo blackout dei servizi cloud e una polemica destinata a far discutere a lungo, legata alla consegna delle chiavi di crittografia BitLocker alle autorità statunitensi. Un insieme di eventi che ha acceso il malcontento degli utenti e riacceso il dibattito su affidabilità e tutela dei dati personali.
Il mese di gennaio è così diventato un banco di prova difficile, non solo sul piano tecnico ma anche su quello della fiducia, mentre il titolo in Borsa mostrava segnali di debolezza e la community online si riempiva di segnalazioni e critiche.
Patch dopo patch, ma i problemi restano
Il 13 gennaio Microsoft ha rilasciato un aggiornamento di sicurezza cumulativo per Windows 11, identificato dal codice KB5074109. Oltre a correggere alcune vulnerabilità, la patch introduceva nuove funzioni, tra cui una rinnovata esperienza di gioco a schermo intero. Sulla carta, un aggiornamento positivo.
Nella pratica, però, molti utenti hanno iniziato a segnalare un peggioramento delle prestazioni del sistema. Applicazioni standard che si bloccavano, schermate nere improvvise al posto dello sfondo, Outlook congelato e problemi durante il passaggio alla modalità di ibernazione sono diventati temi ricorrenti nei forum di assistenza.
Il 17 gennaio l’azienda ha riconosciuto ufficialmente parte dei problemi e ha distribuito un aggiornamento straordinario. La situazione, tuttavia, non è migliorata in modo decisivo: sono emersi nuovi bug legati alla sincronizzazione cloud, in particolare con OneDrive e altri servizi simili, causando crash e blocchi dei programmi.
Microsoft ha consigliato temporaneamente di salvare i file più importanti in locale, prima di rilasciare una seconda patch correttiva nello stesso mese, la KB5078127. Quest’ultima ha risolto i problemi di sincronizzazione, ma ha introdotto un nuovo rischio per una parte limitata degli utenti.
Su alcuni dispositivi, infatti, è comparsa una schermata nera con l’errore UNMOUNTABLE_BOOT_VOLUME, sintomo di un malfunzionamento del disco o del BIOS. In questi casi, l’unica soluzione indicata è l’uso dell’ambiente di ripristino di Windows, il WinRE.

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BitLocker e il nodo della privacy
A rendere gennaio ancora più delicato è stata la conferma ufficiale di Microsoft di aver consegnato all’FBI le chiavi di crittografia BitLocker di un computer Windows, in seguito a un ordine del tribunale. Questo ha permesso alle forze dell’ordine di accedere a dati protetti da crittografia.
L’azienda ha spiegato che ogni anno riceve circa una ventina di richieste simili dalle autorità. Il punto critico, secondo molti esperti di privacy, è che per impostazione predefinita le chiavi BitLocker non vengono archiviate solo in locale, ma associate all’account Microsoft dell’utente. Una scelta pensata per facilitare il recupero dei dati, ma che apre la porta a interventi esterni.
È possibile disattivare questa opzione e conservare le chiavi esclusivamente sul proprio computer, ma molti utenti mantengono le impostazioni di default, spesso senza esserne pienamente consapevoli. Le associazioni per la tutela della privacy temono che questo precedente possa favorire abusi, non solo negli Stati Uniti ma anche in altri Paesi.
Il blackout del cloud
Come se non bastasse, tra il 22 e il 23 gennaio Microsoft ha affrontato una delle interruzioni più estese dei suoi servizi cloud degli ultimi mesi. Per quasi dieci ore, numerosi utenti non sono riusciti ad accedere a Outlook, OneDrive, Teams, Microsoft Store, Copilot e ad altri servizi collegati.
Secondo le spiegazioni ufficiali, il disservizio è stato causato da un aumento improvviso del carico, combinato con limitazioni temporanee dell’alimentazione durante operazioni di manutenzione programmata nei data center del Nord America. Una combinazione che ha messo in ginocchio l’infrastruttura.
Il risultato è stato un gennaio nero per Microsoft, segnato da problemi tecnici, interrogativi sulla sicurezza dei dati e una percezione di fragilità che l’azienda dovrà ora impegnarsi a correggere nei mesi successivi.
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