Un giovane su tre chiede all’IA informazioni sulle droghe: lo studio che preoccupa gli esperti

L’intelligenza artificiale sta diventando un punto di riferimento anche per domande delicate sulla salute e sulle sostanze psicoattive. Secondo uno studio condotto da ricercatori della Rutgers University, negli Stati Uniti, un giovane adulto su tre, tra i 18 e i 29 anni, utilizza strumenti di IA per cercare informazioni sulle droghe e sul loro consumo. Le richieste riguardano soprattutto i rischi e le conseguenze dell’uso di queste sostanze. Il fenomeno solleva interrogativi importanti: quanto sono affidabili le risposte e come vengono interpretate da chi le riceve?
Un giovane adulto su tre consulta l’IA sulle sostanze psicoattive
La ricerca, riportata da Gazeta.ru e pubblicata sulla rivista JMIR Formative Research, ha esaminato la frequenza con cui i giovani si rivolgono all’intelligenza artificiale generativa per ottenere informazioni legate all’uso di sostanze psicoattive, oltre alle ragioni che li spingono a farlo e alla fiducia che ripongono nelle risposte.
Il dato principale è significativo: circa il 33% delle persone tra 18 e 29 anni coinvolte nello studio dichiara di utilizzare l’IA per cercare informazioni sul consumo di sostanze, in particolare sui possibili rischi ed effetti. Tra chi ricorre a questi strumenti per tale scopo, circa la metà lo fa almeno una volta al mese.
I ricercatori ricordano inoltre che, secondo un recente sondaggio citato nello studio, il 66% dei giovani adulti utilizza l’IA anche per cercare informazioni e consigli medici, tra altri impieghi. È un segnale di quanto le piattaforme generative siano entrate nelle abitudini quotidiane di ricerca.
Perché gli esperti temono risposte sbagliate o fuorvianti
La principale preoccupazione riguarda la possibilità che una risposta inesatta, incompleta o interpretata male influenzi decisioni potenzialmente pericolose. Mireia Trigueró Roura, ricercatrice post-dottorato alla Rutgers e autrice principale dello studio, avverte che l’impiego di questi strumenti potrebbe contribuire a comportamenti disinformati o rischiosi legati al consumo di sostanze.
Il problema non è soltanto ciò che un sistema di IA risponde, ma anche il grado di autorevolezza che l’utente attribuisce alla risposta. I partecipanti allo studio tendevano infatti a considerare gli strumenti di intelligenza artificiale affidabili, credibili e utili. Una percezione positiva che rende ancora più importante verificare la qualità delle informazioni fornite.
Le risposte generate dall’IA possono essere un punto di partenza per orientarsi su un argomento, ma non sostituiscono il parere di un medico o di un professionista sanitario, soprattutto quando entrano in gioco effetti sulla salute, interazioni tra sostanze o situazioni di emergenza.
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Chi usa più spesso l’IA per chiedere informazioni sulle droghe
L’analisi, realizzata anche con il contributo di Pia M. Mauro, docente associata della Rutgers, ha evidenziato alcune differenze tra i gruppi di partecipanti. Secondo i risultati riportati, gli uomini e i partecipanti neri ricorrevano più frequentemente all’IA per domande legate alle sostanze psicoattive.
Gli autori invitano però a non trarre conclusioni semplicistiche da queste differenze. Potrebbero riflettere fattori come l’accesso ai servizi sanitari, lo stigma, la fiducia nelle fonti di informazione e le diverse abitudini di ricerca. Lo studio segnala associazioni, non dimostra che una singola caratteristica personale sia la causa dell’utilizzo dell’IA.
Servono nuovi studi su come i giovani interpretano le risposte
Trigueró Roura e Mauro ritengono necessario approfondire non solo quali domande vengano rivolte ai chatbot, ma soprattutto come i giovani comprendano e utilizzino le risposte relative a droghe e alcol. È un passaggio fondamentale per valutare le conseguenze di questa nuova fonte di informazione sulla salute pubblica.
La ricerca mette quindi in evidenza una trasformazione già in corso: per una parte consistente dei giovani adulti, l’IA è diventata uno strumento a cui chiedere spiegazioni anche su temi sensibili. La sfida, per ricercatori e operatori sanitari, sarà capire come ridurre i rischi della disinformazione senza ignorare il ruolo crescente di questi servizi.
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