ChatGPT crea da solo il 96% dei ricordi sugli utenti: uno studio svela cosa conserva

ChatGPT può conservare informazioni su chi lo utilizza anche quando nessuno gli ha chiesto espressamente di ricordarle. Uno studio condotto da ricercatori di diversi istituti internazionali ha analizzato 2.050 ricordi salvati nelle conversazioni di utenti reali, scoprendo che il 96% era stato creato su iniziativa del sistema, senza un comando esplicito di memorizzazione. Ancora più delicato è il contenuto: oltre la metà delle voci includeva informazioni psicologiche, come desideri, intenzioni, emozioni o convinzioni.
La ricerca, intitolata The Algorithmic Self-Portrait: Deconstructing Memory in ChatGPT e presentata alla ACM Web Conference 2026, mette in evidenza una questione centrale: la memoria può rendere le risposte più pertinenti, ma può anche costruire nel tempo un ritratto dell’utente che quest’ultimo non ha deliberatamente deciso di creare. Il dato del 96%, tuttavia, non significa che il 96% degli utenti abbia un profilo psicologico segreto: si riferisce alle singole voci di memoria analizzate.
Come è stato condotto lo studio sui ricordi di ChatGPT
Il gruppo di ricerca, che comprende studiosi del Max Planck Institute, della Ruhr University Bochum, dell’IIT Kharagpur e della Delft University of Technology, ha esaminato dati messi a disposizione da 80 utilizzatori di ChatGPT. In 65 casi erano presenti ricordi creati dal sistema. Il campione comprendeva complessivamente 2.050 voci di memoria, riconducibili a conversazioni reali.
I ricercatori hanno distinto i ricordi salvati dopo una richiesta esplicita dell’utente da quelli generati autonomamente durante il normale utilizzo. Soltanto il 4% delle voci risultava associato a un’istruzione diretta di memorizzazione; il restante 96% era stato prodotto senza quel tipo di richiesta. Il metodo identifica la presenza di comandi espliciti e non prova, da solo, che gli utenti non avessero accettato le impostazioni generali della funzione Memoria.
Il 52% dei ricordi contiene informazioni psicologiche
L’aspetto più discusso riguarda la natura delle informazioni conservate. Secondo lo studio, il 52% delle memorie contiene almeno un’informazione psicologica, come preferenze, intenzioni, emozioni, credenze o progetti personali. Il 28% include dati personali classificati secondo il GDPR e una quota più piccola riguarda categorie particolarmente protette.
Questo non equivale a una diagnosi psicologica: il sistema non ha necessariamente sottoposto gli utenti a test clinici. Significa piuttosto che, partendo da conversazioni quotidiane, può sintetizzare affermazioni che descrivono caratteristiche e aspetti della vita privata. Un’informazione condivisa per ottenere una risposta può così trasformarsi in un elemento utilizzato per personalizzare scambi futuri.
Quando un’ipotesi viene trasformata in un fatto
Un altro risultato aiuta a interpretare il problema senza esagerazioni. L’84% dei ricordi analizzati era direttamente collegato al contesto delle conversazioni, un dato che indica come molte informazioni non siano state inventate dal sistema. Questo, però, non esclude errori o deduzioni poco giustificate.
I ricercatori descrivono, per esempio, il caso di un utente che chiedeva suggerimenti su gruppi musicali simili ai Nirvana: il sistema aveva registrato come preferenza personale il fatto che gli piacessero i Nirvana, sebbene la domanda non lo dichiarasse esplicitamente. È una distinzione sottile ma importante: chiedere informazioni su qualcosa non significa necessariamente identificarsi con quella preferenza.
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La memoria automatica è davvero nascosta?
ChatGPT offre funzionalità di memoria e personalizzazione che possono utilizzare informazioni ricavate dalle conversazioni per rendere più utili le risposte successive. La possibilità di salvare dettagli senza una richiesta esplicita non è, di per sé, una scoperta di un sistema clandestino: la questione sollevata dallo studio riguarda soprattutto quanto chiaramente le persone comprendano che cosa viene conservato e quanto controllo abbiano sulle deduzioni.
È inoltre necessario distinguere la classificazione dei dati effettuata dagli autori da un accertamento giuridico. La presenza di informazioni personali o sensibili nel campione non dimostra automaticamente che OpenAI abbia violato il GDPR. Per stabilire un’eventuale violazione occorrerebbe un’analisi specifica delle basi giuridiche, delle impostazioni, delle informative e del trattamento concreto dei dati.
Come controllare e limitare ciò che ChatGPT ricorda
Chi vuole ridurre la personalizzazione può aprire Impostazioni → Personalizzazione e verificare le opzioni relative alla memoria. Le impostazioni disponibili possono variare in base all’account e alla versione del servizio. È possibile disattivare la memoria e consultare il relativo riepilogo, richiedendo correzioni quando le informazioni non rappresentano correttamente la persona.
Per una rimozione completa delle informazioni già acquisite può essere necessario aggiornare il riepilogo della memoria ed eliminare anche le conversazioni e le altre fonti da cui derivano. Disattivare la funzione non equivale automaticamente a cancellare tutti i contenuti precedentemente condivisi. Per domande particolarmente delicate, inoltre, è prudente evitare di inserire dati personali non necessari.
I ricercatori propongono un sistema di protezione preventiva
Lo studio introduce anche un approccio chiamato Attribution Shield, pensato per individuare in anticipo le informazioni che potrebbero trasformarsi in deduzioni sensibili sull’utente. Il sistema può segnalare possibili inferenze e proporre riformulazioni delle domande, così da mantenere l’utilità della risposta senza attribuire necessariamente dettagli personali a chi scrive.
La conclusione della ricerca non è che ChatGPT costruisca una diagnosi psicologica di ogni persona. È che la memoria automatica può assemblare un ritratto personale a partire da dettagli disseminati in conversazioni diverse, anche quando l’utente non ha mai pronunciato la frase «ricorda questa informazione». La sfida per i sistemi di IA sarà rendere questo processo più trasparente, controllabile e fedele a ciò che le persone intendono davvero comunicare.
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