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La “quasi vittoria”: perché sfiorare un risultato può coinvolgerci tanto

Il pallone che colpisce il palo all’ultimo minuto. La schedina con un solo risultato sbagliato. Il livello di un videogioco perso a un passo dal traguardo. Sono situazioni diverse, ma lasciano addosso la stessa sensazione: quella di esserci andati vicinissimi. Gli psicologi la chiamano quasi vittoria (in inglese near miss) e la studiano da decenni, perché produce una reazione emotiva sorprendente. In teoria perdere di poco e perdere di molto dovrebbero pesare allo stesso modo, visto che in entrambi i casi il risultato non arriva. In pratica il “quasi” ci coinvolge di più, ci spinge a riprovare e ci convince di essere sulla strada giusta. Capire da dove nasce l’effetto aiuta a leggere meglio molte tecnologie che usiamo ogni giorno, dai videogiochi alle app, e a distinguere la sensazione di progresso dai progressi reali.

Il pallone che colpisce il palo all’ultimo minuto. La schedina con un solo risultato sbagliato. Il livello di un videogioco perso a un passo dal traguardo. Sono situazioni diverse, ma lasciano addosso la stessa sensazione: quella di esserci andati vicinissimi. Gli psicologi la chiamano quasi vittoria (in inglese near miss) e la studiano da decenni, perché produce una reazione emotiva sorprendente. In teoria perdere di poco e perdere di molto dovrebbero pesare allo stesso modo, visto che in entrambi i casi il risultato non arriva. In pratica il “quasi” ci coinvolge di più, ci spinge a riprovare e ci convince di essere sulla strada giusta. Capire da dove nasce l’effetto aiuta a leggere meglio molte tecnologie che usiamo ogni giorno, dai videogiochi alle app, e a distinguere la sensazione di progresso dai progressi reali.

Che cos’è l’effetto near miss

Si parla di near miss quando un esito negativo si avvicina a quello desiderato. Il nostro cervello non lo archivia come una semplice sconfitta, ma come una vittoria mancata per un soffio. La differenza sembra sottile, eppure cambia il modo in cui viviamo l’esperienza.

Un esempio classico arriva dagli studi di Daniel Kahneman e Amos Tversky sul pensiero controfattuale, cioè la tendenza a immaginare come sarebbero potute andare le cose. Due viaggiatori perdono lo stesso volo: uno arriva al gate con trenta minuti di ritardo, l’altro con cinque. La perdita è identica, ma quasi tutti pensano che il secondo sia più arrabbiato, perché per lui è facile immaginare l’alternativa in cui ce l’ha fatta.

Lo stesso meccanismo emerge in una ricerca sulle Olimpiadi di Barcellona 1992 condotta da Victoria Medvec, Scott Madey e Thomas Gilovich. Analizzando le espressioni degli atleti sul podio, i ricercatori notarono che i medagliati di bronzo apparivano spesso più soddisfatti di quelli d’argento. Chi arriva secondo pensa all’oro sfiorato, chi arriva terzo alla medaglia conquistata.

Cosa succede nel cervello

Nel 2009 un gruppo dell’Università di Cambridge guidato da Luke Clark ha osservato con la risonanza magnetica funzionale alcuni volontari impegnati in un gioco simile a una slot machine semplificata. I risultati, pubblicati sulla rivista Neuron, mostravano che le quasi vincite attivavano parte dello stesso circuito della ricompensa coinvolto nelle vincite vere, anche se i partecipanti le descrivevano come esperienze sgradevoli. Allo stesso tempo, dopo un near miss cresceva la voglia di continuare a giocare. L’effetto era più marcato quando i volontari avevano l’impressione di controllare la scelta.

Una spiegazione plausibile riguarda il modo in cui impariamo. Nelle attività legate all’abilità andare vicino al bersaglio è un segnale utile: chi tira con l’arco e colpisce il bordo del centro sa che sta migliorando. Il cervello applica la stessa regola anche dove non vale, cioè negli eventi governati dal caso.

Quando il caso entra in gioco: generatori casuali e design

Qui la tecnologia aiuta a fare chiarezza. Molti giochi digitali si basano su un generatore di numeri casuali (RNG), un algoritmo che determina ogni esito in modo indipendente dal precedente.

Chi visita una sezione dedicata alle slot online trova giochi che funzionano proprio così: due simboli uguali sulla linea e il terzo che si ferma appena sopra non indicano che la macchina si stia “scaldando” né che la combinazione vincente sia più vicina. Il giro successivo ha le stesse probabilità di quello appena concluso, a prescindere da quanto ci sia sembrato di andare vicini al risultato.

Il near miss non riguarda solo il gioco a soldi. Nei videogiochi compare sotto forma di barre di avanzamento quasi piene, record mancati per pochi punti, ricompense che sembrano sempre a un passo. I progettisti conoscono bene il fenomeno e lo usano per tenere alta l’attenzione dei giocatori. Anche alcune app di fitness o di studio sfruttano lo stesso principio quando ci ricordano che manca “solo un giorno” per completare una serie.

Sensazione di progresso e probabilità reali

È utile saper ben separare due cose che il cervello tende a confondere: la sensazione di progresso e il miglioramento effettivo delle probabilità. In un compito di abilità le due cose spesso coincidono. In un evento casuale la prima è un’illusione, perché ogni tentativo riparte da zero.

A complicare il quadro c’è la cosiddetta fallacia del giocatore, la convinzione che dopo una serie di risultati negativi quello positivo sia “dovuto”. Il near miss la alimenta, perché aggiunge l’impressione di aver già sfiorato l’obiettivo. Per tenere separate le due cose conviene chiedersi:

  • se il risultato dipende dall’abilità o dal caso;
  • se il tentativo precedente ha dato un’informazione utile per il prossimo;
  • se le probabilità cambiano da un tentativo all’altro;
  • se la voglia di riprovare nasce da un motivo concreto o dal desiderio di rifarsi.

Bastano poche risposte oneste per capire se il “quasi” che abbiamo appena vissuto porta con sé qualcosa da imparare oppure soltanto un’emozione.

Imparare a riconoscere il “quasi”

Provare un brivido davanti a una vittoria sfiorata è normale e non c’è nulla di cui preoccuparsi. Lo stesso meccanismo ci spinge ad allenarci, a ritentare un esame, a migliorare un progetto che non ha funzionato al primo colpo. Il problema nasce quando lo applichiamo a situazioni in cui l’esito non dipende da noi.

Sapere come funziona il near miss non cancella l’emozione, ma aiuta a darle il giusto peso. Davanti a uno schermo che ci mostra un risultato mancato per un soffio, la domanda da porsi è semplice: ci siamo avvicinati, o è solo il nostro cervello a raccontarcelo? Nella maggior parte dei giochi di caso la risposta è la seconda, e fissare in anticipo limiti di tempo e di spesa resta il modo più sensato per godersi il gioco senza farsi guidare dal “quasi”.

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