Troppa TV potrebbe lasciare un segno sul cervello: cosa emerge da uno studio durato 22 anni

Guardare spesso la televisione durante la mezza età potrebbe essere associato, a distanza di decenni, a differenze nella struttura del cervello. È quanto emerge da uno studio pubblicato su Alzheimer‘s & Dementia, che ha analizzato i dati di oltre 1.700 adulti seguiti nell’arco di circa 22 anni.
I partecipanti che alla fine degli anni ’80 dichiaravano di guardare la TV molto frequentemente mostravano, nelle scansioni effettuate molti anni dopo, volumi inferiori in alcune regioni cerebrali, comprese aree considerate vulnerabili alla malattia di Alzheimer. I ricercatori hanno inoltre rilevato una maggiore presenza di alterazioni della sostanza bianca.
Il dato va però interpretato con cautela: si tratta di uno studio osservazionale. Non dimostra quindi che guardare la televisione provochi una riduzione del volume cerebrale, ma identifica un’associazione statistica che merita ulteriori approfondimenti.
Oltre 1.700 persone osservate dalla mezza età
La ricerca ha utilizzato i dati dell’Atherosclerosis Risk in Communities (ARIC) Study, un progetto statunitense di lunga durata avviato alla fine degli anni ’80.
L’analisi ha coinvolto 1.712 partecipanti presenti sia alla visita iniziale, effettuata tra il 1987 e il 1989, sia a quella condotta tra il 2011 e il 2013, quando sono state eseguite le scansioni cerebrali. Al momento dell’imaging nessuno dei partecipanti aveva una diagnosi di demenza.
Circa il 57% del campione era composto da donne. L’età media era di 53 anni all’inizio dell’osservazione e di circa 76 anni al momento delle scansioni.
Nella fase iniziale, alle persone era stato chiesto con quale frequenza guardassero la televisione durante il tempo libero e quanto spesso rimanessero sedute durante il lavoro. Le risposte potevano variare da “mai” a “molto spesso”.
Decenni più tardi, i ricercatori hanno esaminato il volume di diverse strutture cerebrali, comprese regioni interessate precocemente dall’Alzheimer. È stata inoltre valutata la presenza delle cosiddette iperintensità della sostanza bianca, alterazioni visibili attraverso la risonanza magnetica e associate, tra le altre cose, a danni di origine vascolare e a un maggiore rischio di deterioramento cognitivo.
Più televisione, volumi inferiori in alcune aree cerebrali
Rispetto alle persone che dichiaravano di guardare raramente o mai la TV, i partecipanti che riferivano di farlo molto spesso presentavano volumi inferiori in diverse regioni cerebrali.
Nel gruppo caratterizzato dal consumo televisivo più frequente è stato inoltre osservato un volume maggiore di iperintensità della sostanza bianca, indicando una maggiore presenza di alterazioni nelle vie di comunicazione interne del cervello.
Un elemento particolarmente interessante è che le associazioni sono rimaste rilevabili anche dopo aver considerato numerosi fattori potenzialmente confondenti, tra cui attività fisica, pressione sanguigna, diabete, fumo, consumo di alcol e peso corporeo.
Ciò non significa che questi fattori siano irrilevanti per la salute cerebrale. Suggerisce piuttosto che, all’interno del campione studiato, il rapporto osservato tra consumo televisivo e caratteristiche del cervello non sembrava spiegabile esclusivamente attraverso differenze nell’esercizio fisico o nei principali indicatori di salute considerati.

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Stare seduti al lavoro ha mostrato un’associazione diversa
Uno degli aspetti più curiosi dello studio riguarda il confronto tra guardare la televisione e trascorrere molto tempo seduti durante il lavoro.
I due comportamenti, pur essendo entrambi sedentari, non hanno mostrato lo stesso schema. Chi dichiarava di stare sempre seduto sul posto di lavoro presentava meno alterazioni in alcune vie cerebrali e volumi maggiori in determinate regioni, comprese aree frontali coinvolte in funzioni come pianificazione, risoluzione dei problemi e capacità decisionale.
Gli autori hanno ipotizzato che una possibile spiegazione risieda nel tipo di attività svolta mentre si rimane seduti. Molti lavori sedentari richiedono infatti attenzione prolungata, ragionamento e attività orientate a un obiettivo, mentre guardare la televisione viene generalmente considerato un comportamento cognitivamente più passivo.
È però un’interpretazione che richiede prudenza. Lo studio non permette di concludere che lavorare seduti protegga direttamente il cervello, né che la televisione sia necessariamente responsabile delle differenze osservate.
Negli uomini l’associazione è risultata più evidente
La ricerca ha individuato anche alcune differenze tra uomini e donne. Negli uomini, guardare molto frequentemente la televisione è risultato associato in maniera più estesa a volumi inferiori in diverse aree cerebrali, comprese regioni coinvolte nella memoria, nel linguaggio, nell’elaborazione visiva e nelle emozioni.
Tra le donne, invece, diverse associazioni sono risultate assenti o meno marcate.
Lo studio non è in grado di stabilire con certezza perché esista questa differenza. Tra le possibili spiegazioni considerate figurano modalità differenti di consumo televisivo e differenze nelle attività svolte durante il tempo libero. Sono stati ipotizzati anche possibili fattori biologici, ma i dati disponibili non consentono di dimostrarne il ruolo.
Proprio per questo, tali differenze non dovrebbero essere interpretate come la prova di un diverso effetto causale della televisione sul cervello di uomini e donne.
Il punto potrebbe essere come trascorriamo il tempo sedentario
I risultati contribuiscono a una questione più ampia: per la salute cognitiva potrebbe non contare soltanto quanto tempo trascorriamo seduti, ma anche cosa facciamo durante quelle ore.
Il fatto che l’aggiustamento per l’attività fisica non abbia modificato sostanzialmente molte delle associazioni osservate suggerisce che esercizio e comportamento sedentario potrebbero rappresentare dimensioni almeno in parte differenti.
I ricercatori hanno inoltre effettuato ulteriori analisi escludendo, per esempio, persone con alcuni problemi cognitivi iniziali o condizioni cerebrovascolari preesistenti e considerando fattori genetici legati al rischio di Alzheimer. Gran parte dei risultati principali è rimasta coerente.
Resta comunque un limite fondamentale: i dati sul comportamento sedentario derivavano da autovalutazioni, mentre tra la misurazione iniziale delle abitudini e le scansioni cerebrali sono trascorsi più di due decenni. Nel frattempo, lo stile di vita dei partecipanti potrebbe essere cambiato considerevolmente.
Per questo lo studio non permette di affermare che ridurre la TV aumenti direttamente il volume cerebrale o prevenga l’Alzheimer. Offre però un’ulteriore indicazione sull’importanza di studiare non soltanto l’attività fisica, ma anche la qualità del tempo trascorso da seduti e il livello di stimolazione cognitiva delle attività quotidiane.
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