ChatGPT e Gemini non capiscono le frasi come il cervello umano: la scoperta delle risonanze magnetiche

I chatbot basati sull’intelligenza artificiale riescono a scrivere testi fluidi, rispondere a domande e spiegare argomenti complessi. Ma elaborano il significato delle frasi come fa il cervello umano? Un nuovo studio pubblicato sulla rivista scientifica eLife il 23 ottobre 2026 suggerisce che esista una differenza importante: quando il significato dipende dai rapporti grammaticali tra le parole, le rappresentazioni interne dei modelli linguistici risultano meno simili a quelle del cervello di quanto si potrebbe pensare.
La ricerca ha utilizzato risonanze magnetiche funzionali ad altissimo campo (7 Tesla) per osservare l’attività cerebrale di 30 persone mentre leggevano frasi costruite appositamente. I risultati sono stati confrontati con quelli di otto modelli basati sull’architettura transformer e undici altri modelli semantici. Il lavoro non stabilisce che ChatGPT, Gemini o Claude siano incapaci di usare il significato: mostra piuttosto che le loro rappresentazioni linguistiche non riproducono fedelmente quelle umane in questo tipo di prova.
Il test: le stesse parole possono raccontare storie opposte
Per comprendere il problema basta un esempio: «Il cane morde l’uomo» e «L’uomo morde il cane». Le parole sono identiche, ma cambiando l’ordine cambiano radicalmente i ruoli dei protagonisti e il significato complessivo. Un lettore umano riconosce immediatamente chi compie l’azione e chi la subisce.
I ricercatori hanno costruito 108 frasi per separare il contributo del significato delle singole parole da quello della struttura grammaticale. In questo modo hanno potuto valutare quanto i sistemi di IA distinguessero le relazioni tra i termini, senza confondere tale capacità con la semplice somiglianza lessicale.
I modelli transformer hanno mostrato una certa sensibilità all’ordine delle parole: sarebbe quindi sbagliato sostenere che lo ignorino completamente. Tuttavia, la differenza tra le rappresentazioni di frasi con ruoli invertiti era molto meno marcata rispetto a quella osservata nelle aree cerebrali coinvolte nel linguaggio.
Cosa hanno mostrato le risonanze magnetiche
Durante l’esperimento i partecipanti leggevano le frasi e rispondevano a semplici domande sul loro significato. La risonanza magnetica funzionale misurava variazioni del segnale associate all’attività cerebrale, permettendo di analizzare i pattern di risposta nelle regioni legate all’elaborazione linguistica.
Gli scienziati hanno applicato una tecnica chiamata analisi della similarità rappresentazionale, confrontando quanto le rappresentazioni di coppie di frasi risultassero simili tra loro nel cervello e nei diversi sistemi computazionali. Questo approccio ha consentito di confrontare modelli molto differenti, compresi quelli progettati per rappresentare esplicitamente le relazioni grammaticali.
Il risultato principale è che i transformer riproducono meglio alcuni aspetti del cervello rispetto ai modelli che ignorano completamente l’ordine delle parole, ma risultano significativamente meno aderenti alle risposte cerebrali rispetto a modelli che codificano in modo esplicito i rapporti strutturali tra i termini.
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Perché un chatbot può rispondere bene anche se ragiona diversamente
I grandi modelli linguistici vengono addestrati su enormi quantità di testi e apprendono regolarità statistiche che consentono di prevedere e generare sequenze linguistiche. Questo metodo può produrre risposte corrette e sofisticate, anche quando il modo in cui le informazioni vengono rappresentate internamente è diverso da quello umano.
La ricerca non equivale quindi a un test generale di intelligenza né dimostra che ogni risposta dell’IA sia superficiale. Evidenzia invece un limite nell’utilizzo dei transformer come modelli scientifici del funzionamento del linguaggio nel cervello. Una buona prestazione linguistica non basta, da sola, a dimostrare che i meccanismi sottostanti siano uguali.
Che cosa cambia per ChatGPT, Gemini e le altre IA
Il lavoro riguarda soprattutto il confronto tra architetture transformer e rappresentazioni cerebrali, non una classifica delle versioni commerciali più recenti di ChatGPT, Gemini o Claude. I risultati possono comunque interessare chi sviluppa queste tecnologie: suggeriscono che rappresentare esplicitamente la struttura delle frasi potrebbe essere utile per progettare sistemi più robusti e interpretabili.
Gli autori segnalano inoltre possibili applicazioni nella neuroscienza del linguaggio, per esempio nello studio delle difficoltà di comprensione dopo un ictus o un intervento chirurgico. Sono prospettive di ricerca, non trattamenti clinici già dimostrati dallo studio.
I limiti dello studio e la domanda ancora aperta
L’esperimento ha coinvolto 30 partecipanti e un insieme di frasi altamente controllate. Questa scelta rende più preciso il confronto tra parole e struttura, ma non riproduce tutta la complessità di una conversazione reale, con contesto, conoscenze pregresse e interazioni sociali. La valutazione editoriale di eLife considera solide le evidenze, pur rilevando che alcuni aspetti delle analisi potrebbero essere approfonditi.
La conclusione è dunque più interessante di uno slogan secondo cui «l’IA non capisce niente»: i chatbot possono produrre linguaggio convincente senza rappresentarne il significato esattamente come fa il cervello umano. Capire queste differenze aiuterà sia a migliorare i sistemi artificiali sia a studiare meglio come noi stessi comprendiamo le parole.
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