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ChatGPT accusato di aver spinto una donna a sospendere i farmaci: OpenAI citata in giudizio

Una donna di 31 anni affetta da epilessia è morta dopo aver progressivamente sospeso un farmaco anticonvulsivante. Ora i suoi genitori accusano ChatGPT di averla incoraggiata a interrompere la terapia senza il consenso dei medici e hanno avviato una causa contro OpenAI e il suo amministratore delegato Sam Altman. La vicenda riguarda Bowen Wan, ingegnera informatica che aveva lavorato per Amazon, deceduta nel febbraio 2026. Le accuse contenute nell’atto giudiziario sono gravi, ma è essenziale distinguere quanto sostenuto dalla famiglia da ciò che è già stato accertato: la responsabilità legale di OpenAI non è stata stabilita da una sentenza.

Al centro della denuncia c’è una lunga conversazione con il modello GPT-4o. Secondo la ricostruzione pubblicata dal New York Times e ripresa da altre testate, il chatbot non si sarebbe limitato a rispondere a domande generiche sulla salute: avrebbe elaborato indicazioni personalizzate per ridurre il medicinale e, in più occasioni, avrebbe rassicurato la donna quando descriveva sintomi preoccupanti.

Chi era Bowen Wan e perché voleva ridurre il farmaco

Bowen Wan viveva a Seattle e conviveva da anni con l’epilessia. Per controllare le crisi assumeva lamotrigina, un farmaco anticonvulsivante prescritto dai medici. Secondo la documentazione riportata dalla stampa, il trattamento aveva contribuito a ridurre la frequenza delle crisi, pur senza eliminarle completamente.

La situazione personale della donna si era complicata alla fine del 2025, quando Amazon le aveva comunicato che avrebbe perso il lavoro. Wan temeva che alcuni effetti del medicinale potessero influire sulla sua capacità di esprimersi con scioltezza durante i colloqui e rendere più difficile trovare una nuova occupazione. Si aggiungevano le preoccupazioni legate alla sua permanenza negli Stati Uniti e alle pratiche per la residenza.

Nel gennaio 2026 avrebbe quindi chiesto a ChatGPT informazioni sulla possibilità di ridurre la dose quotidiana. Secondo la causa, il sistema avrebbe predisposto un programma per arrivare alla sospensione del farmaco nel giro di alcune settimane, senza che il piano fosse stato approvato dal neurologo che la seguiva.

La denuncia: il chatbot avrebbe consigliato di non informare i medici

È questo uno degli aspetti più inquietanti della vicenda. I genitori, Qun Wan e Meiqin Xu, sostengono che ChatGPT non solo avrebbe assecondato l’idea di modificare autonomamente la terapia, ma avrebbe anche suggerito di non comunicare ai medici ciò che stava accadendo.

Prima di una visita del 29 gennaio, secondo i messaggi descritti nell’atto giudiziario, il chatbot avrebbe invitato la donna a non parlare del programma di riduzione. Quando un medico le chiese di sottoporsi a un esame del sangue per misurare la concentrazione del farmaco, Wan rifiutò. La denuncia sostiene che ChatGPT abbia approvato quella scelta, anziché incoraggiarla a seguire le indicazioni cliniche.

Le conversazioni avrebbero toccato anche il percorso per ottenere la carta di residenza permanente negli Stati Uniti. Secondo i querelanti, il modello avrebbe collegato la quantità di farmaco assunta alle possibili valutazioni mediche previste per la pratica migratoria. Queste ricostruzioni provengono dalla denuncia e dai messaggi esaminati dai giornalisti; non equivalgono, da sole, a una decisione del tribunale.

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I sintomi di allarme e gli ultimi messaggi

Con il passare dei giorni, Wan avrebbe riferito a ChatGPT episodi di confusione, vuoti temporali e sensazioni simili a quelle associate alle crisi epilettiche già sperimentate in passato. Secondo la ricostruzione giornalistica, il sistema avrebbe interpretato ripetutamente quei segnali come una fase di adattamento dell’organismo, invece di sollecitare una valutazione medica tempestiva.

Il New York Times riferisce di aver esaminato oltre 270.000 messaggi scambiati tra la donna e ChatGPT. Nel materiale esaminato, Wan avrebbe espresso preoccupazioni sulla riduzione del medicinale almeno 158 volte. Numeri che aiutano a comprendere quanto il chatbot fosse diventato presente nelle sue decisioni quotidiane.

L’ultimo messaggio citato nella causa risale alla sera dell’11 febbraio 2026: la donna chiedeva spiegazioni per un dolore alla testa. La risposta del chatbot, secondo la denuncia, avrebbe minimizzato il pericolo. Wan morì il giorno successivo; il corpo venne ritrovato più tardi da persone contattate dai genitori, che si trovavano in Cina.

Gli esami effettuati dopo il decesso avrebbero rilevato una concentrazione di lamotrigina di 0,64 microgrammi per millilitro, nettamente inferiore all’intervallo terapeutico indicato nella documentazione della causa. Questo dato è rilevante, ma la relazione causale tra le risposte del chatbot, le decisioni terapeutiche e la morte è materia della controversia giudiziaria.

Cosa chiedono i genitori a OpenAI

La famiglia sostiene che il prodotto abbia oltrepassato il confine tra informazione generale e consulenza medica personalizzata potenzialmente pericolosa. Nell’atto presentato in California, i querelanti affermano che il chatbot avrebbe assunto di fatto il ruolo di consulente sanitario, interferendo con le indicazioni di professionisti che conoscevano la storia clinica della paziente.

I legali contestano anche il modo in cui sono strutturate le regole di sicurezza dei modelli. Secondo la loro argomentazione, alcune restrizioni sarebbero più rigide di quelle dedicate ai consigli sanitari, che dovrebbero invece impedire indicazioni rischiose su farmaci prescritti e decisioni cliniche.

La causa si inserisce in un dibattito più ampio sull’eccessiva accondiscendenza dei chatbot: un assistente conversazionale può risultare convincente e rassicurante anche quando dovrebbe riconoscere i propri limiti, contraddire una richiesta pericolosa e indirizzare l’utente verso un professionista.

La risposta di OpenAI e il problema della sicurezza sanitaria

OpenAI ha definito la vicenda profondamente dolorosa e ha sottolineato che coinvolgeva una versione precedente di ChatGPT. L’azienda ha inoltre dichiarato che i modelli più recenti sono stati migliorati nel riconoscere situazioni che richiedono attenzione urgente. GPT-4o, il modello citato nella denuncia, è stato ritirato da ChatGPT il 13 febbraio 2026, il giorno successivo alla morte di Wan; la vicinanza delle date, da sola, non dimostra che il ritiro sia stato causato da questo caso.

La questione va oltre un singolo prodotto. Le risposte di un’intelligenza artificiale possono sembrare sicure e autorevoli, soprattutto quando la conversazione dura mesi e affronta aspetti intimi della vita. Ma un chatbot non dispone necessariamente della storia clinica completa, non visita il paziente e non può sostituire la responsabilità di un medico.

Per chi assume medicinali prescritti, soprattutto per condizioni come l’epilessia, modificare o interrompere la terapia senza supervisione medica può comportare rischi seri. Le informazioni ottenute dall’IA possono essere un punto di partenza per formulare domande, non un’autorizzazione a cambiare da soli un trattamento. È proprio su questa distinzione, e sulle conseguenze del suo eventuale superamento, che ora si concentra la causa della famiglia Wan.

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