Fluoro in gravidanza, nuovo studio USA rileva un’associazione con punteggi cognitivi più bassi nei bambini

L’esposizione prenatale al fluoro presente nell’acqua potabile torna al centro del dibattito scientifico. Un nuovo studio statunitense condotto nell’ambito della coorte Environmental influences on Child Health Outcomes (ECHO) ha rilevato un’associazione tra una maggiore concentrazione di fluoro nell’acqua durante la gravidanza e punteggi inferiori in alcune capacità cognitive dei bambini.
La ricerca, pubblicata il 14 agosto 2026 sull’American Journal of Epidemiology, ha analizzato i dati di 2.514 bambini, nati tra il 2006 e il 2019, provenienti da 17 siti distribuiti in 23 Stati americani. Si tratta di uno studio osservazionale: i risultati evidenziano quindi un’associazione statistica, ma non dimostrano da soli un rapporto diretto di causa-effetto.
L’elemento che rende il lavoro particolarmente rilevante è l’analisi di esposizioni riscontrabili nelle normali forniture idriche statunitensi. Gli autori concludono infatti che l’esposizione prenatale al fluoro nell’acqua pubblica è risultata associata in modo non lineare a una minore cognizione fluida, anche a concentrazioni inferiori alle attuali soglie dell’EPA e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Come è stata misurata l’esposizione al fluoro
I ricercatori non hanno misurato direttamente la quantità totale di fluoro assunta da ogni donna. Hanno invece stimato l’esposizione prenatale media collegando le concentrazioni di fluoro dell’acqua pubblica alle residenze delle partecipanti durante la gravidanza.
Le concentrazioni individuali stimate variavano da meno di 1 μg/L fino a 1.940 μg/L, con una media di circa 396,9 μg/L, equivalente a circa 0,397 mg/L.
Le capacità cognitive dei bambini sono state valutate attraverso i punteggi del NIH Toolbox, distinguendo tra cognizione fluida e cristallizzata. La prima comprende capacità come ragionamento e soluzione di problemi nuovi, mentre la seconda riguarda maggiormente conoscenze e abilità accumulate.
Questa metodologia consente di studiare una popolazione molto più ampia rispetto ad alcune precedenti ricerche, ma introduce anche un limite importante: la concentrazione di fluoro nell’acqua dell’abitazione non equivale necessariamente alla dose effettivamente assorbita dalla madre. Il consumo individuale di acqua e altre possibili fonti di esposizione possono infatti variare considerevolmente.
Cosa hanno scoperto i ricercatori
L’analisi ha mostrato un andamento non lineare. Utilizzando uno dei modelli statistici adottati, gli studiosi hanno individuato 675 μg/L, cioè 0,675 mg/L, come il punto di cambiamento che meglio descriveva l’associazione con la cognizione fluida.
Al di sopra di questa concentrazione, ogni incremento di 100 μg/L di fluoro nell’acqua è risultato associato a una diminuzione media di 0,67 punti nel punteggio di cognizione fluida, con un intervallo di confidenza al 95% compreso tra -0,92 e -0,42 punti.

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Un altro modello, basato su spline cubiche, ha invece evidenziato associazioni inverse statisticamente significative per la cognizione fluida al di sopra di circa 1.107 μg/L, pari a 1,107 mg/L. La presenza di risultati differenti a seconda dell’approccio statistico è importante per interpretare correttamente lo studio: non emerge una semplice soglia universale oltre la quale sia possibile affermare automaticamente che il fluoro provochi un determinato danno cognitivo.
Lo studio originale, inoltre, parla di punteggi di cognizione fluida, non stabilisce che ogni aumento di esposizione produca necessariamente una determinata perdita di punti di QI in ciascun bambino. È una distinzione fondamentale quando si traducono risultati epidemiologici complessi in indicazioni comprensibili per il pubblico.
Perché lo studio alimenta il dibattito sulla fluorazione dell’acqua
I nuovi risultati si inseriscono in una discussione scientifica e sanitaria che negli ultimi anni è diventata sempre più intensa. Il fluoro viene utilizzato da decenni nella prevenzione della carie dentale, mentre diversi gruppi di ricerca stanno studiando i possibili effetti dell’esposizione durante le fasi più delicate dello sviluppo neurologico.
Già nel 2024, uno studio statunitense condotto su 229 coppie madre-bambino aveva rilevato un’associazione tra concentrazioni più elevate di fluoro urinario durante la gravidanza e una maggiore probabilità di problemi neurocomportamentali segnalati dalle madri nei bambini di tre anni. Anche in quel caso si trattava di un’associazione osservazionale e non della dimostrazione definitiva di un effetto causale.
Parallelamente, il National Toxicology Program statunitense ha esaminato la letteratura disponibile sul possibile rapporto tra esposizione al fluoro e capacità cognitive. Il dibattito resta particolarmente acceso perché una parte delle evidenze precedenti riguarda esposizioni superiori a quelle normalmente associate alla fluorazione dell’acqua negli Stati Uniti.
Il nuovo lavoro sulla coorte ECHO cerca proprio di colmare parte di questa lacuna, concentrandosi su una vasta popolazione americana e su livelli di esposizione più vicini a quelli presenti nelle reti idriche regolamentate.
Un’associazione importante, ma restano domande aperte
I risultati non significano che sia stato definitivamente stabilito un livello di fluoro nell’acqua al di sotto del quale non esista alcun rischio per lo sviluppo neurologico. Allo stesso tempo, non consentono di concludere che la fluorazione dell’acqua alle concentrazioni normalmente utilizzate provochi necessariamente deficit cognitivi nei bambini.
La natura osservazionale dello studio e la stima indiretta dell’esposizione sono aspetti da considerare. Saranno necessari ulteriori lavori, idealmente con misurazioni individuali dell’esposizione, per capire meglio quali fasi della gravidanza possano essere più sensibili e quale ruolo abbiano le diverse fonti di fluoro.
Il dato centrale resta comunque significativo: in una coorte statunitense di oltre 2.500 bambini, i ricercatori hanno trovato un’associazione tra una maggiore esposizione prenatale al fluoro dell’acqua pubblica e punteggi inferiori di cognizione fluida. Gli stessi autori sottolineano che l’associazione è stata osservata a concentrazioni inferiori alle attuali soglie stabilite dall’OMS e dall’EPA, un elemento destinato ad alimentare ulteriormente la ricerca e il confronto sulle politiche di fluorazione dell’acqua.
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