Infilarsi le dita nel naso causa l’Alzheimer? La verità dietro la notizia che sta facendo il giro dei social

«Attento a dove infili quel dito! Gli scienziati rivelano che infilarsi le dita nel naso può causare l’Alzheimer». È una di quelle frasi costruite apposta per farci fermare mentre scorriamo i social. L’immagine è inquietante, il cervello viene evidenziato in rosso e il messaggio sembra non lasciare spazio a dubbi: una semplice abitudine molto comune potrebbe provocare una delle malattie neurodegenerative più temute.
Ma le cose non stanno esattamente così.
Dietro questa notizia esiste effettivamente uno studio scientifico, quindi non siamo davanti a una bufala completamente inventata. Il problema nasce nel passaggio tra ciò che hanno realmente osservato i ricercatori e il modo in cui quella ricerca è stata trasformata in un titolo virale.
Lo studio in questione è stato pubblicato nel 2022 sulla rivista Scientific Reports e riguarda il batterio Chlamydia pneumoniae, un microrganismo normalmente associato alle infezioni respiratorie. Gli scienziati hanno cercato di capire se questo batterio potesse raggiungere il sistema nervoso centrale attraverso alcune strutture che collegano il naso al cervello.
Ed effettivamente hanno osservato qualcosa di molto interessante.
Ma c’è un particolare enorme che spesso scompare dai post pubblicati sui social: gli esperimenti sono stati condotti sui topi, non sulle persone.

Cosa hanno scoperto davvero gli scienziati
Durante gli esperimenti i ricercatori hanno inoculato Chlamydia pneumoniae per via nasale nei topi e hanno successivamente analizzato diverse strutture del sistema nervoso.
Il batterio è stato individuato nel nervo olfattivo, nel nervo trigemino, nel bulbo olfattivo e in alcune aree cerebrali già nelle prime 24-72 ore successive all’esposizione. Questo suggerisce che alcune vie nervose che collegano la cavità nasale al cervello possano rappresentare una possibile strada utilizzata dal microrganismo.
La parte che ha attirato maggiormente l’attenzione riguarda però la beta-amiloide.
Nei tessuti degli animali infettati, i ricercatori hanno osservato depositi di beta-amiloide vicino alle zone dove era presente il batterio. Questa proteina è particolarmente conosciuta perché il suo accumulo nel cervello rappresenta una delle caratteristiche patologiche associate alla malattia di Alzheimer.
Ed è probabilmente proprio da qui che è iniziata la trasformazione della ricerca scientifica in un titolo molto più spettacolare.
Perché osservare un meccanismo biologico associato ad alcuni aspetti dell’Alzheimer non significa avere dimostrato che quel comportamento provochi la malattia.
Lo studio, infatti, non dimostra che un topo abbia sviluppato l’Alzheimer perché si è infilato una zampa nel naso. E soprattutto non dimostra che la stessa cosa succeda negli esseri umani.
C’è però un secondo elemento dell’esperimento che merita attenzione.
Gli scienziati hanno deliberatamente danneggiato l’epitelio nasale di alcuni animali prima dell’esposizione al batterio. In questi casi è stato osservato un aumento della presenza di C. pneumoniae nella mucosa olfattiva, nel bulbo olfattivo e, in determinate condizioni, nel nervo trigemino. Tuttavia il danno all’epitelio non ha determinato un aumento significativo della quantità di batterio nel resto del cervello.
Ed è proprio da questo esperimento che nasce il collegamento con il gesto di mettersi le dita nel naso.

Da dove arriva allora la storia dello “scaccolarsi”
Dopo la pubblicazione dello studio, la stessa Griffith University ha dedicato un articolo divulgativo ai risultati della ricerca.
Secondo i ricercatori, comportamenti come infilarsi frequentemente le dita nel naso o strappare i peli nasali possono provocare piccoli danni alla mucosa. In teoria, una barriera nasale danneggiata potrebbe rendere più semplice a determinati microrganismi raggiungere strutture normalmente più protette.
È un’ipotesi biologicamente interessante.
Ma tra dire questo e affermare:
«Mettersi le dita nel naso causa l’Alzheimer»
c’è una differenza enorme.
La ricerca originale riguarda infatti una specifica infezione batterica in un modello animale. Non è uno studio epidemiologico condotto su migliaia di persone che ha confrontato chi si mette le dita nel naso con chi non lo fa per verificare quanti sviluppino l’Alzheimer dopo venti o trent’anni.
Non è neppure uno studio clinico che abbia dimostrato una relazione di causa-effetto tra questa abitudine e la malattia.
In altre parole, allo stato attuale delle conoscenze non possiamo dire che chi si mette le dita nel naso abbia maggiori probabilità di sviluppare l’Alzheimer.
Quello che possiamo dire è molto più prudente: una mucosa nasale lesionata potrebbe teoricamente facilitare l’ingresso di alcuni agenti patogeni e gli scienziati stanno studiando se determinate infezioni possano contribuire, insieme a molti altri fattori, ai processi neurodegenerativi.
Ed è una differenza tutt’altro che trascurabile.
Leggi anche:
Alzheimer: una malattia molto più complessa di un dito nel naso
L’Alzheimer non nasce da un singolo comportamento.
Secondo il National Institute on Aging statunitense, lo sviluppo della malattia sembra essere influenzato da una combinazione di fattori genetici, ambientali e legati allo stile di vita.
Il principale fattore di rischio conosciuto continua a essere l’età. La maggior parte delle persone che sviluppano Alzheimer ha più di 65 anni e il rischio aumenta progressivamente con l’avanzare degli anni. Anche la storia familiare e determinate varianti genetiche possono influire in maniera importante.
Gli studi stanno inoltre analizzando il ruolo della salute cardiovascolare, dell’ipertensione, del diabete, dell’obesità, del colesterolo, del fumo, dell’attività fisica, del sonno e di numerosi altri elementi.
Questo non significa che le infezioni siano irrilevanti.
Al contrario, il possibile rapporto tra microrganismi, infiammazione e neurodegenerazione rappresenta un settore molto interessante della ricerca scientifica. Capire se batteri o virus possano contribuire ad avviare o accelerare determinati processi potrebbe aprire nuove strade nella prevenzione e nella comprensione della malattia.
Ma una possibile componente di un meccanismo estremamente complesso non può essere trasformata automaticamente nella causa dell’Alzheimer.
Ed è proprio qui che molti contenuti virali diventano problematici.
Il vero problema è come viene raccontata la ricerca scientifica
Immagini come quella circolata sui social utilizzano una formula ormai molto comune: partire da uno studio reale, prendere il risultato più spettacolare e trasformarlo in una certezza.
«Uno studio sui topi suggerisce che il danneggiamento della mucosa nasale possa facilitare l’ingresso di un determinato batterio attraverso alcune vie nervose» difficilmente diventerà virale.
«Mettersi le dita nel naso causa l’Alzheimer», invece, cattura immediatamente l’attenzione.
Peccato che le due frasi non dicano affatto la stessa cosa.
Nel primo caso abbiamo una ipotesi scientifica da approfondire. Nel secondo abbiamo una relazione causa-effetto presentata come praticamente dimostrata.
Lo stesso studio del 2022 utilizza un linguaggio molto più prudente: gli autori descrivono meccanismi che potrebbero contribuire alla patogenesi dell’Alzheimer e sottolineano la necessità di comprendere meglio questi processi.
È esattamente così che funziona la ricerca: un esperimento apre una porta, altri studi verificano il risultato, nuovi dati confermano o smentiscono l’ipotesi e soltanto dopo molte evidenze indipendenti possiamo iniziare a parlare con maggiore certezza.
Saltare tutti questi passaggi produce titoli sensazionalistici, ma non buona informazione.
Quindi possiamo tranquillamente metterci le dita nel naso?
La conclusione non deve essere neppure quella opposta.
Tra «provoca l’Alzheimer» e «non succede assolutamente nulla» esistono molte sfumature.
Infilarsi continuamente le dita nel naso può provocare piccole lesioni, irritazioni e sanguinamenti e può favorire il trasferimento di microrganismi presenti sulle mani. Evitare di traumatizzare inutilmente la mucosa nasale rimane quindi una buona norma igienica.
Ma utilizzare l’Alzheimer come spauracchio è un’altra cosa.
Sulla base delle evidenze disponibili non è corretto affermare che mettersi le dita nel naso provochi l’Alzheimer. Ciò che esiste è una ricerca sui topi che ha mostrato come un particolare batterio possa raggiungere rapidamente alcune strutture nervose attraverso il naso e possa essere associato a modificazioni biologiche interessanti per lo studio della malattia.
È una scoperta degna di attenzione, ma ancora molto lontana dalla dimostrazione suggerita dall’immagine virale.
Quindi, se vedete nuovamente passare sui social la frase «gli scienziati hanno scoperto che infilarsi le dita nel naso causa l’Alzheimer», sappiate che contiene una piccola parte di scienza racchiusa dentro una grande dose di semplificazione.
E in questo caso il problema non è tanto dove mettiamo il dito, quanto dove certi titoli cercano di portarci.
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