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Claude aiuta i ricercatori a violare OpenAI: l’IA di Anthropic accelera un attacco autorizzato

Un modello di intelligenza artificiale utilizzato per trovare vulnerabilità ha contribuito a portare un piccolo gruppo di ricercatori fino all’ambiente interno di OpenAI. È quanto accaduto durante un’attività di sicurezza condotta da Hacktron AI, che ha impiegato Claude di Anthropic per sviluppare parte della catena di exploit.

L’operazione non è stata un attacco criminale: i ricercatori stavano svolgendo attività di ricerca responsabile sulle vulnerabilità e hanno successivamente comunicato i problemi alle aziende coinvolte. OpenAI ha riconosciuto il lavoro pagando una ricompensa di 6.500 dollari.

Il caso è comunque significativo perché mostra quanto i modelli IA più avanzati possano velocizzare attività di cybersecurity tecnicamente difficili. Secondo Hacktron, l’intero percorso dalla scoperta iniziale all’accesso all’ambiente dei repository OpenAI avrebbe richiesto meno di 72 ore.

Tutto è iniziato dal forum di OpenAI

La ricerca è cominciata il 23 luglio 2026 dal forum della community di OpenAI, basato sulla piattaforma Discourse. Il problema riguardava la gestione di alcuni file immagine e coinvolgeva una libreria utilizzata nella relativa pipeline di elaborazione.

I ricercatori hanno quindi chiesto a Claude di aiutarli a trasformare la vulnerabilità individuata in un exploit funzionante.

Inizialmente è stato utilizzato Claude Opus 4.8, che secondo il racconto del team riusciva a lavorare sul problema ma non a produrre un attacco affidabile nelle condizioni reali del sistema.

La situazione sarebbe cambiata il 24 luglio, con l’arrivo di Claude Opus 5. Hacktron sostiene che il modello sia riuscito in poche ore a produrre un exploit ARM64 funzionante, successivamente adattato all’ambiente utilizzato da Discourse.

È importante precisare che Claude non avrebbe autonomamente deciso di attaccare OpenAI. Il modello veniva utilizzato da ricercatori umani, che identificavano gli obiettivi e dirigevano l’attività.

Dai token di Discourse a un account ChatGPT

Una volta ottenuto l’accesso al server coinvolto, la scoperta più delicata riguardava i token di autenticazione.

Queste credenziali digitali permettono ai sistemi di riconoscere un utente già autenticato senza richiedergli continuamente username e password. Il problema era che alcuni token recuperati nell’ambiente compromesso potevano avere conseguenze ben oltre il forum.

La catena di vulnerabilità ha permesso ai ricercatori di arrivare a un account ChatGPT appartenente a un dipendente OpenAI e successivamente all’ambiente collegato agli strumenti di sviluppo dell’azienda.

Attraverso Codex e le relative connessioni, il gruppo ha dimostrato di poter raggiungere l’organizzazione GitHub privata di OpenAI e il suo ambiente software interno.

Il team afferma però di essersi fermato prima di esaminare materiale proprietario sensibile. Come prova dell’accesso, i ricercatori avrebbero presentato una modifica innocua attraverso una pull request, invece di scaricare il codice sorgente dell’azienda.

La distinzione è importante: parlare genericamente di “furto del codice OpenAI” sarebbe fuorviante. La ricerca ha dimostrato che esisteva un percorso capace di raggiungere risorse interne, ma i ricercatori dichiarano di non aver sottratto il codice proprietario.

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OpenAI paga una ricompensa di 6.500 dollari

Una volta verificata la portata della vulnerabilità, Hacktron ha segnalato il problema attraverso il programma di bug bounty di OpenAI.

Secondo le ricostruzioni disponibili, la segnalazione è stata presentata il 25 luglio e OpenAI ha successivamente corretto i problemi di propria competenza. Anche la vulnerabilità sottostante relativa all’ambiente Discourse è stata affrontata.

Il riconoscimento economico finale è stato di 6.500 dollari.

Il fatto che il punto di ingresso fosse un forum è particolarmente interessante dal punto di vista della sicurezza. Sistemi apparentemente periferici possono infatti diventare il primo anello di una catena che raggiunge risorse molto più sensibili quando autenticazione, credenziali e servizi aziendali sono strettamente interconnessi.

Claude cambia il costo degli attacchi informatici

L’episodio assume un significato più ampio per l’intero settore della cybersecurity.

Lo sviluppo di exploit affidabili, soprattutto per vulnerabilità complesse, è tradizionalmente un’attività che richiede competenze molto specialistiche e parecchio lavoro manuale. Modelli come Claude Opus 5 possono aiutare un ricercatore ad analizzare il codice, formulare ipotesi, scrivere programmi di prova e perfezionare rapidamente un exploit.

Nel caso raccontato da Hacktron, l’IA non ha eliminato la necessità degli esperti umani, ma avrebbe ridotto drasticamente il tempo necessario per alcune fasi tecniche.

Ed è proprio questo l’elemento che preoccupa maggiormente gli specialisti.

Gli stessi strumenti possono essere utilizzati da ricercatori autorizzati per individuare una vulnerabilità prima che venga sfruttata, oppure da attaccanti per accelerare attività offensive.

La stessa IA può diventare arma e strumento di difesa

Il caso Hacktron mostra quindi il carattere dual use dell’intelligenza artificiale applicata alla cybersecurity.

Un modello sufficientemente competente può aiutare un’azienda a controllare milioni di righe di codice, trovare vulnerabilità e verificare automaticamente se un problema sia realmente sfruttabile. Ma quelle stesse capacità possono abbassare le barriere tecniche necessarie per costruire un attacco.

Per le aziende diventa quindi ancora più importante limitare i privilegi delle credenziali, isolare i servizi esposti a Internet e impedire che la compromissione di un sistema secondario possa propagarsi facilmente verso repository, strumenti aziendali e informazioni riservate.

La vicenda non dimostra che Claude possa autonomamente “hackerare OpenAI”. Mostra qualcosa di più concreto: nelle mani di specialisti, un modello IA avanzato può trasformarsi in un potente acceleratore per attività di sicurezza che fino a poco tempo fa richiedevano molto più tempo e lavoro umano.

E mentre questi strumenti continuano a migliorare, la sfida sarà fare in modo che la capacità dell’IA di scoprire vulnerabilità cresca almeno alla stessa velocità della capacità degli attaccanti di sfruttarle.

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