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Il tribunale limita le citazioni DMCA: stop alle cause per pirateria all’estero

Una decisione destinata a fare scuola nel mondo della lotta alla pirateria online. Un tribunale federale della California ha stabilito che le informazioni ottenute tramite una citazione in giudizio DMCA non possono essere utilizzate per intentare cause per violazione del copyright al di fuori degli Stati Uniti. La sentenza segna un limite chiaro all’uso di uno strumento investigativo sempre più impiegato dai titolari dei diritti.

Il caso nasce dalla battaglia legale tra l’editore giapponese Shueisha e l’ex gestore del sito di pirateria Mangajikan, che aveva raggiunto numeri impressionanti con circa 185 milioni di visitatori all’inizio dello scorso anno. Dopo la richiesta di una citazione DMCA rivolta a Cloudflare, il sito e un dominio collegato sono stati rimossi volontariamente. Tuttavia, la controversia si è spostata sul modo in cui le informazioni ottenute avrebbero potuto essere utilizzate.

Il nodo centrale: utilizzo solo negli Stati Uniti

Al centro della disputa vi era una questione cruciale: Shueisha poteva utilizzare l’identità del presunto operatore del sito per avviare azioni legali in Giappone o in altre giurisdizioni straniere? L’editore sosteneva di dover avere questa possibilità, anche perché al momento della richiesta non conosceva la posizione geografica dell’operatore.

Il giudice istruttore Thomas S. Hixson ha però respinto questa interpretazione. Nella sua ordinanza ha chiarito che la dichiarazione giurata presentata per ottenere la citazione DMCA specifica che le informazioni raccolte devono essere utilizzate “solo allo scopo di proteggere i diritti previsti dal presente titolo”, ovvero il Titolo 17 del Codice degli Stati Uniti, che disciplina il copyright americano.

Tradotto: le controversie straniere esulano dall’ambito della citazione DMCA. L’uso delle informazioni al di fuori del contesto statunitense non è consentito.

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Respinta la “scorciatoia” legale

La corte ha inoltre bocciato l’argomentazione secondo cui intentare una causa negli Stati Uniti avrebbe permesso a Shueisha di rendere pubbliche le informazioni e poi utilizzarle liberamente anche in procedimenti esteri. Il giudice ha definito questa strategia un “esca e scambio inammissibili”, sottolineando che le protezioni previste dall’ordine rimangono valide anche in caso di deposito di una causa federale.

Secondo la corte, attestare che i dati sarebbero stati utilizzati “solo” per finalità legate al copyright statunitense e poi impiegarli per azioni all’estero sarebbe contrario allo spirito della normativa.

Privacy limitata, ma non assoluta

Se da un lato l’ex gestore di Mangajikan ha ottenuto una vittoria sul fronte dell’utilizzo internazionale dei dati, dall’altro il tribunale ha ritenuto eccessive molte delle tutele richieste in materia di privacy. La proposta di ordine protettivo presentata dalla difesa, lunga 19 pagine, è stata giudicata sproporzionata.

L’ordinanza finale consente a Shueisha di identificare pubblicamente il presunto operatore nei documenti depositati presso i tribunali statunitensi. Restano però protetti dati sensibili come indirizzi e-mail, numeri di telefono e informazioni finanziarie. L’editore può inoltre condividere l’identità con i propri dipendenti in Giappone, coordinarsi con le autorità statunitensi e utilizzare le informazioni per negoziazioni o azioni legali negli Stati Uniti.

Cosa succede ora

Con l’ordine di protezione ormai definito, Cloudflare dovrà fornire le informazioni richieste agli avvocati di Shueisha. A quel punto l’editore dovrà decidere se avviare una causa per violazione del copyright negli Stati Uniti o optare per altre strategie di contrasto.

Se non verrà presentata un’azione legale entro i termini previsti, l’azienda sarà obbligata a distruggere i dati ottenuti. Il caso resta sotto osservazione da parte dell’intero settore, poiché conferma un principio importante: le citazioni DMCA sono strumenti potenti, ma non illimitati.

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