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L’IA sta colpendo i lavoratori più giovani: la fascia d’età più esposta sorprende

L’intelligenza artificiale non sembra aver provocato, almeno per ora, una perdita generalizzata di posti di lavoro. Il suo impatto, però, diventa molto più evidente quando si osserva una categoria precisa: i lavoratori all’inizio della carriera.

Una nuova revisione dello studio “Canaries in the Coal Mine?” dello Stanford Digital Economy Lab individua infatti nei giovani tra 22 e 25 anni il gruppo che sta mostrando i segnali più evidenti di difficoltà nelle professioni maggiormente esposte all’IA. Il rapporto, firmato dagli economisti Erik Brynjolfsson, Bharat Chandar e Ruyu Chen, utilizza dati amministrativi sulle buste paga forniti da ADP e aggiornati fino a giugno 2026.

Il quadro che emerge è particolarmente interessante perché il problema non sembra essere un’ondata di licenziamenti. Il cambiamento avviene soprattutto prima ancora che un giovane riesca a ottenere il suo primo impiego: le aziende stanno assumendo meno lavoratori junior nelle mansioni in cui l’IA può sostituire direttamente parte del lavoro umano.

Tra i 22 e i 25 anni il divario occupazionale arriva al 19%

Il dato più significativo riguarda proprio i lavoratori tra 22 e 25 anni. Nelle professioni maggiormente esposte all’intelligenza artificiale, il loro livello di occupazione risulta oggi inferiore del 19% rispetto a quello che si sarebbe osservato se fosse cresciuto allo stesso ritmo dei coetanei impiegati nelle professioni meno esposte.

Il divario si è inoltre ampliato progressivamente rispetto alle precedenti versioni della ricerca, mentre per i lavoratori con maggiore esperienza non emerge una differenza paragonabile.

Questo non significa che l’intelligenza artificiale abbia già prodotto una crisi occupazionale generalizzata. Gli stessi ricercatori sottolineano di non aver trovato prove di una sostituzione di massa dei lavoratori nell’intera economia. È osservando separatamente età, esperienza ed esposizione all’IA che il fenomeno diventa molto più evidente.

I dati dello Stanford Digital Economy Lab mostrano infatti che, tra i lavoratori all’inizio della carriera, i gruppi professionali maggiormente esposti all’IA hanno registrato un andamento sensibilmente peggiore rispetto alle categorie meno coinvolte. Le differenze si attenuano progressivamente analizzando i lavoratori più anziani.

La spiegazione proposta dallo studio è altrettanto importante: l’aggiustamento avviene soprattutto attraverso una riduzione delle nuove assunzioni, e non tramite un aumento anomalo delle persone che vengono licenziate o lasciano il proprio posto di lavoro.

In altre parole, l’intelligenza artificiale potrebbe non stare eliminando in massa chi possiede già un lavoro, ma stare rendendo più difficile entrare nel mercato a chi deve ancora costruire la propria esperienza.

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Automazione e IA come assistente producono effetti diversi

Non tutte le professioni esposte all’IA stanno seguendo lo stesso percorso. Uno degli aspetti centrali della ricerca riguarda infatti la distinzione tra automazione e potenziamento del lavoro umano.

Quando l’intelligenza artificiale viene utilizzata principalmente per automatizzare attività che prima erano affidate a una persona, l’occupazione dei lavoratori più giovani tende a mostrare risultati peggiori. Quando invece la tecnologia viene impiegata come strumento di supporto, senza sostituire direttamente le mansioni principali, il quadro appare decisamente meno negativo.

Il fenomeno aiuta anche a capire perché i lavoratori junior possano essere particolarmente vulnerabili. Molte attività affidate tradizionalmente a chi entra in un’azienda sono relativamente standardizzate e possono essere apprese attraverso istruzioni, procedure e documentazione. Sono proprio alcune di queste mansioni che i sistemi di IA generativa riescono più facilmente a svolgere o accelerare.

Le competenze accumulate attraverso anni di esperienza, il rapporto con clienti e colleghi, la capacità decisionale e la conoscenza del contesto sono invece molto più difficili da replicare integralmente. In questi casi l’IA può diventare soprattutto uno strumento capace di aumentare la produttività del professionista.

Il risultato è un possibile paradosso: una tecnologia pensata per rendere il lavoro più efficiente rischia di ridurre alcune delle opportunità attraverso le quali i giovani acquisivano proprio quell’esperienza necessaria per diventare professionisti senior.

I ricercatori invitano alla cautela sui risultati

Lo studio non sostiene comunque che l’intelligenza artificiale sia l’unica causa delle difficoltà occupazionali osservate. Gli autori definiscono i risultati come indicatori descrittivi iniziali, piuttosto che come una dimostrazione definitiva di un rapporto causale.

Le differenze rimangono anche prendendo in considerazione diverse possibili spiegazioni alternative, tra cui l’esclusione delle aziende tecnologiche e delle professioni informatiche, l’esposizione all’aumento dei tassi d’interesse e la diffusione del lavoro da remoto. Tuttavia, alcuni risultati diventano meno marcati controllando il livello di istruzione e parte delle divergenze era già visibile prima della diffusione dell’IA generativa.

È quindi ancora presto per concludere che l’IA stia cancellando sistematicamente i posti di lavoro destinati ai giovani. I numeri indicano però un cambiamento che merita attenzione: l’occupazione complessiva può apparire stabile mentre, sotto la superficie, l’accesso alle professioni più esposte alla tecnologia diventa progressivamente più difficile per chi ha tra 22 e 25 anni.

Ed è probabilmente questo il segnale più importante della ricerca. L’effetto dell’intelligenza artificiale sul mercato del lavoro potrebbe manifestarsi inizialmente non attraverso grandi licenziamenti visibili, ma attraverso posti junior che semplicemente non vengono più creati.

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