Robot umanoidi, la Cina domina nei brevetti ma gli USA mantengono il vantaggio sulla qualità

La corsa globale ai robot umanoidi sta accelerando e la Cina continua a guadagnare terreno. Il Paese non si limita a investire nella produzione su larga scala, ma sta costruendo un enorme patrimonio di proprietà intellettuale legato alle tecnologie necessarie per sviluppare macchine capaci di muoversi e operare in ambienti progettati per gli esseri umani.
Una ricerca di LexisNexis Intellectual Property Solutions, basata sull’analisi di oltre 26.000 famiglie di brevetti, mette in evidenza però una situazione più complessa di quanto suggeriscano i soli numeri. Le aziende cinesi dominano la classifica degli sviluppatori più innovativi, mentre gli Stati Uniti continuano a distinguersi per il valore medio e la qualità dei brevetti.
La Cina conquista le prime cinque posizioni
La presenza cinese è particolarmente evidente nella classifica delle aziende più innovative nel settore. Sei società cinesi figurano infatti tra le prime dieci e, soprattutto, occupano tutte le prime cinque posizioni.
In testa troviamo Fourier, seguita da AgiBot, LimX Dynamics, Pudu Robotics e Unitree Robotics. Nella top ten compare anche Leju Robotics, rafforzando ulteriormente il peso dell’industria cinese.
Gli Stati Uniti sono rappresentati da Figure AI, Apptronik e Agility Robotics, tre aziende che negli ultimi anni hanno attirato grande attenzione per lo sviluppo di umanoidi destinati soprattutto ad applicazioni industriali e logistiche. L’unica realtà europea presente nella classifica è invece la tedesca Agile Robots.
Il dato fotografa la velocità con cui l’ecosistema cinese della robotica si sta espandendo. Non si tratta più soltanto di produrre componenti o assemblare robot: le aziende del Paese stanno cercando di controllare direttamente una parte crescente delle tecnologie fondamentali attraverso brevetti e ricerca proprietaria.

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Il 73% dei brevetti sugli umanoidi è cinese
Il divario diventa ancora più evidente osservando l’intero portafoglio brevettuale. Secondo i dati analizzati da LexisNexis, alla fine del 2025 la Cina possedeva circa il 73% delle famiglie di brevetti attive relative alla progettazione dei robot umanoidi.
In termini di valore complessivo, la quota cinese scende però al 63%. La differenza tra quantità e valore è uno degli elementi più significativi dello studio, perché mostra come il numero assoluto di brevetti non sia sufficiente per misurare la forza tecnologica di un Paese.
L’attività brevettuale è inoltre cresciuta rapidamente nell’ultimo decennio, accompagnando l’espansione dell’intero settore. L’interesse verso gli umanoidi è aumentato soprattutto con i progressi nell’intelligenza artificiale, nei sistemi di controllo, nella percezione dell’ambiente e nelle tecnologie necessarie a rendere i robot più autonomi e adattabili.
Per la Cina, accumulare proprietà intellettuale in queste aree rappresenta anche un modo per ridurre la dipendenza tecnologica dall’estero e costruire una filiera nazionale in grado di sostenere la futura produzione su larga scala.
Gli Stati Uniti hanno meno brevetti, ma valgono di più
Se la Cina domina sul piano quantitativo, gli Stati Uniti mantengono un vantaggio importante quando l’analisi si sposta sulla qualità.
Le aziende statunitensi possiedono appena il 5% dei brevetti specializzati presi in considerazione, ma questi rappresentano circa l’11% del valore complessivo del portafoglio mondiale nel settore. Una sproporzione che suggerisce una maggiore rilevanza media della proprietà intellettuale sviluppata negli USA.
È proprio questo confronto a mostrare due strategie differenti. La Cina dispone di una base brevettuale enormemente più ampia e di un numero crescente di aziende capaci di competere ai vertici. Gli Stati Uniti, pur avendo una quota numericamente molto inferiore, conservano una posizione forte nelle tecnologie considerate di maggiore valore.
Il risultato non significa quindi che i robot umanoidi cinesi siano necessariamente inferiori sul piano hardware o delle prestazioni. Lo studio riguarda principalmente quantità, qualità e valore dei brevetti, parametri che non possono essere utilizzati da soli per stabilire quale Paese produca i robot migliori.
La fotografia che emerge è piuttosto quella di un mercato destinato a diventare sempre più competitivo: la Cina guida nettamente per volume di proprietà intellettuale, mentre gli Stati Uniti continuano a esercitare un peso tecnologico superiore rispetto alla quantità dei brevetti posseduti.
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