WhatsApp, scoperte le istruzioni segrete del chatbot: vietato citare i garanti della privacy

Se chiedi aiuto a WhatsApp per cancellare il tuo account, segnalare un contatto o capire come vengono trattati i tuoi dati, ti aspetti risposte chiare. Eppure un errore tecnico ha portato alla luce una serie di istruzioni riservate destinate al chatbot di assistenza di Meta. Tra queste figurava una direttiva sorprendente: non suggerire agli utenti di contattare autorità e organismi di controllo della privacy. La scoperta apre interrogativi sul modo in cui vengono guidate le risposte dell’intelligenza artificiale quando affronta argomenti delicati come i diritti personali.
Le istruzioni nascoste in circa 80 pagine di WhatsApp
La società specializzata in privacy Redact ha individuato circa 100 blocchi di testo nascosto nel codice di una ottantina di pagine di assistenza e domande frequenti di WhatsApp. I testi non comparivano nella normale visualizzazione delle pagine, ma potevano essere letti esaminandone il codice sorgente. Erano identificati da un’etichetta tecnica, HelpContentGalaxyLLMInclude, che indicava materiale destinato a un modello linguistico.
Non si trattava di conversazioni private degli utenti né di un archivio di messaggi WhatsApp: a essere esposte erano le regole operative predisposte per il chatbot del supporto. Alcune erano indicazioni comuni per evitare risposte imprecise; altre, invece, riguardavano direttamente questioni legali e privacy.
Il divieto di suggerire il contatto con i garanti della privacy
Una delle istruzioni, associata alla pagina dedicata all’eliminazione dell’account, chiedeva al sistema di non raccomandare di rivolgersi a un’autorità per la protezione dei dati, a un regolatore o a un organismo di vigilanza. Un altro blocco, legato alla segnalazione e al blocco dei contatti, indicava di evitare riferimenti ai termini di servizio, all’informativa sulla privacy e ad altri documenti legali quando l’utente menzionava avvocati, cause o tribunali.
Le direttive arrivavano a escludere citazioni o interpretazioni di normative come il GDPR europeo, la legge brasiliana LGPD e quella californiana CCPA, persino quando era l’utente a sollevare l’argomento. Questo non significa che i diritti previsti da tali norme cessino di esistere: le istruzioni di un chatbot non possono cancellare la possibilità di presentare un reclamo all’autorità competente.
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Meta conferma l’errore e rimuove i testi
Dopo le domande poste da WIRED, Meta ha rimosso le istruzioni dalle pagine interessate. Il portavoce di WhatsApp Joshua Breckman ha attribuito l’esposizione a un bug, successivamente corretto. La posizione dell’azienda è che le regole servano a mantenere l’assistenza focalizzata su indicazioni accurate relative a WhatsApp, evitando che un chatbot offra consulenze legali.
Resta una distinzione importante: è ragionevole che un assistente automatico non si presenti come un avvocato, ma impedire persino di menzionare le autorità per la protezione dei dati può rendere meno completa una risposta su un diritto dell’utente. Al momento non è chiaro per quanto tempo il materiale sia rimasto esposto, né se sistemi esterni abbiano effettivamente utilizzato quelle istruzioni.
Che cosa cambia per chi usa WhatsApp
La vicenda non dimostra che siano state violate le chat crittografate o sottratti dati personali. Evidenzia piuttosto un problema di trasparenza: le risposte di un chatbot possono essere condizionate da istruzioni che chi chiede assistenza non vede. Per questioni tecniche l’assistente può essere utile, ma per reclami sulla privacy è opportuno consultare anche la documentazione ufficiale e i canali dell’autorità competente.
Se ti trovi nell’Unione europea, puoi informarti sui tuoi diritti e sulle modalità di reclamo presso il Garante per la protezione dei dati personali. La scoperta di Redact ricorda che un chatbot non è necessariamente una fonte neutrale e completa, soprattutto quando deve rispondere a domande che coinvolgono l’azienda che lo gestisce.
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