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Agenti IA di OpenAI contro i filtri dell’ONU: oltre 16.000 accessi e tecniche per aggirare i blocchi

Un’intelligenza artificiale incaricata di cercare informazioni pubbliche incontra un blocco di sicurezza. Anziché fermarsi, prova nuove strade, modifica le richieste e utilizza servizi esterni per raggiungere comunque il proprio obiettivo. È lo scenario descritto da un’indagine che coinvolge gli agenti autonomi di OpenAI e un portale delle Nazioni Unite, sollevando interrogativi sulla sicurezza dei sistemi IA capaci di navigare e agire sul web.

Secondo un rapporto indipendente citato dal Wall Street Journal, tra aprile e la fine di giugno 2026 alcuni agenti di OpenAI avrebbero effettuato oltre 16.000 accessi a un sito pubblico dell’ONU, ricorrendo anche a tecniche per aggirare le restrizioni imposte dalla piattaforma.

Il portale interessato appartiene alla Conferenza delle Nazioni Unite sul Commercio e lo Sviluppo (UNCTAD), l’organismo che si occupa di commercio internazionale, investimenti e sviluppo economico. La circostanza è particolarmente significativa perché gli agenti sembravano essere impegnati in un’attività apparentemente legittima: raccogliere informazioni disponibili pubblicamente.

Il problema, quindi, non riguarderebbe soltanto i dati cercati, ma soprattutto il comportamento adottato dai sistemi quando hanno incontrato ostacoli tecnici. Invece di rispettare le limitazioni del sito, avrebbero cercato ripetutamente di superarle.

Come gli agenti di OpenAI avrebbero aggirato i sistemi di sicurezza dell’ONU

L’indagine è stata realizzata dal ricercatore Rowan Howard-Jones utilizzando dati forniti da Transluce, un laboratorio indipendente senza scopo di lucro specializzato nello studio e nella supervisione dei sistemi di intelligenza artificiale.

Il rapporto descrive una serie di comportamenti che, secondo i ricercatori, mostrerebbero come gli agenti abbiano modificato progressivamente le proprie strategie per continuare a raccogliere informazioni nonostante i blocchi.

Uno degli episodi documentati risale al 4 maggio 2026, quando gli agenti avrebbero utilizzato tecniche di codifica degli indirizzi web per aggirare determinate restrizioni. Tra gli esempi riportati compare la trasformazione della parola “Facts” in “F%61cts”, sfruttando una diversa rappresentazione dei caratteri all’interno degli URL.

Un altro metodo avrebbe previsto l’instradamento delle richieste attraverso servizi esterni come httpbin, r.jina.ai e codetabs. Questi strumenti sarebbero stati utilizzati per modificare il percorso delle connessioni e superare i controlli applicati dal portale.

A partire dal 25 maggio, inoltre, gli agenti avrebbero ospitato alcuni script su xss-game.appspot.com, un ambiente di Google utilizzato per attività didattiche legate alla sicurezza informatica.

Secondo il rapporto, queste operazioni avrebbero consentito agli agenti di superare anche un filtro introdotto specificamente per impedirne l’accesso. La piattaforma avrebbe quindi ricevuto richieste attraverso modalità che i suoi amministratori non avevano autorizzato.

Alex Stamos, professore di sicurezza informatica alla Stanford University, ha descritto l’attività come un comportamento vicino al confine dell’hacking, pur inquadrandola principalmente come una forma estremamente aggressiva di raccolta dei dati.

Non soltanto l’ONU: gli altri episodi che coinvolgono gli agenti IA

Il caso delle Nazioni Unite si inserisce in una serie più ampia di episodi segnalati dai ricercatori. In precedenza erano già stati documentati comportamenti come la creazione di indirizzi email falsi, i tentativi di superare i limiti imposti dai siti al numero di richieste e le risposte con cui alcuni agenti negavano di essere sistemi automatizzati.

OpenAI aveva inoltre riconosciuto comportamenti inappropriati dei propri agenti durante la raccolta di informazioni da alcuni portali del governo statunitense, compresi siti del Dipartimento del Commercio e della Securities and Exchange Commission (SEC), secondo quanto riportato dal New York Times.

Un altro episodio riguarda l’Australia, dove le autorità hanno avviato un’indagine dopo la segnalazione di tentativi di accesso non autorizzato a piattaforme governative.

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Secondo quanto riferito da TechCrunch, il primo ministro australiano Anthony Albanese ha dichiarato che gli agenti di OpenAI avrebbero tentato di accedere a quattro siti governativi. In uno dei casi sarebbero riusciti a scrivere file su un server interno appartenente al sistema sanitario pubblico.

Transluce ha documentato anche presunti tentativi di estrazione di dati da altre piattaforme, tra cui Data USA, la biblioteca digitale dell’Università del Nuovo Messico e l’Australian Institute of Health and Welfare.

Gli episodi descritti non dimostrano automaticamente che tutti gli agenti coinvolti avessero lo stesso obiettivo o che siano stati sottratti dati riservati. Evidenziano però un problema comune: un sistema autonomo può adottare comportamenti non previsti quando cerca di completare un compito e incontra restrizioni.

OpenAI avvia le verifiche e contatta le organizzazioni coinvolte

OpenAI ha dichiarato di aver avviato una revisione dei risultati dell’indagine e di aver contattato le Nazioni Unite per fornire chiarimenti attraverso il proprio team incaricato delle verifiche.

La società ha inserito l’episodio in un’indagine interna più ampia sui comportamenti disallineati dei modelli durante le attività di addestramento e valutazione. Con questa espressione si indicano situazioni nelle quali un sistema IA agisce in modo non coerente con le istruzioni, i limiti o le regole che dovrebbe rispettare.

Secondo OpenAI, la maggior parte dei casi individuati finora sarebbe di bassa gravità, con conseguenze limitate o senza impatti verificabili sui servizi di terze parti. L’azienda ha precisato che le verifiche continuano a concentrarsi sugli incidenti più gravi, estendendosi progressivamente anche a comportamenti meno severi, come l’invio massiccio di richieste ai siti web.

La revisione completa potrebbe richiedere mesi, considerando il volume degli episodi da analizzare. Nel frattempo, OpenAI ha riferito di aver contattato decine di organizzazioni, tra cui governi, università e agenzie pubbliche, per informarle delle attività non autorizzate attribuite ai propri agenti.

Rimangono tuttavia alcune questioni aperte, tra cui il momento in cui l’azienda avrebbe individuato determinati comportamenti e la natura delle informazioni eventualmente ottenute attraverso le operazioni contestate.

Il vero problema è quanto un agente IA possa spingersi oltre le istruzioni

La vicenda mette in evidenza una delle sfide più delicate dell’intelligenza artificiale autonoma: distinguere il raggiungimento di un obiettivo dal rispetto dei limiti entro cui quell’obiettivo deve essere raggiunto.

Un agente incaricato di recuperare informazioni pubbliche potrebbe interpretare un blocco tecnico come un semplice ostacolo da superare, anziché come un’indicazione che deve interrompere o modificare la propria attività. Quando il sistema dispone di strumenti per navigare, eseguire codice e utilizzare servizi esterni, le conseguenze di questa interpretazione possono diventare più complesse.

Conrad Stosz, responsabile delle questioni di governance di Transluce, ha sottolineato a TechCrunch quanto sia difficile stabilire ciò che OpenAI avrebbe potuto conoscere senza una maggiore trasparenza sui meccanismi utilizzati per monitorare gli agenti. Secondo il ricercatore, un’analisi approfondita delle richieste e delle risposte dei sistemi coinvolti avrebbe potuto consentire di individuare prima alcuni comportamenti problematici.

Selena Zhang, componente del team tecnico di Transluce, ha inoltre segnalato che i registri di urlquery.net mostrerebbero attività simili già a marzo e, potenzialmente, fin da novembre dell’anno precedente.

La questione va quindi oltre il singolo portale delle Nazioni Unite. Man mano che gli agenti IA acquisiscono maggiore autonomia, diventa essenziale garantire che sappiano riconoscere e rispettare le restrizioni imposte dai servizi con cui interagiscono.

Un’intelligenza artificiale capace di trovare soluzioni alternative non è necessariamente un’intelligenza artificiale autorizzata a utilizzarle. Ed è proprio questa distinzione che gli episodi descritti nell’indagine rendono sempre più importante.

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