Le aziende di IA vogliono comprare le tue email: offerte fino a 2 milioni di dollari

Quanto valgono le tue email di lavoro? Per alcuni intermediari del settore dell’intelligenza artificiale, gli archivi aziendali possono valere fino a 2 milioni di dollari. Non parliamo soltanto di documenti ufficiali, ma anche di conversazioni tra colleghi, messaggi Slack, ticket di assistenza e trascrizioni delle telefonate. Sono informazioni che raccontano come funziona davvero un’impresa, compresi errori, discussioni e decisioni quotidiane. E proprio per questo stanno diventando preziosissime per chi vuole addestrare sistemi di IA capaci di svolgere attività d’ufficio.
A svelare il fenomeno è un’inchiesta pubblicata da WIRED il 6 novembre 2026. Il giornalista Steven Levy racconta di aver ricevuto offerte per vendere gli archivi interni della redazione: da 350.000 a 1,8 milioni di dollari, con un’ulteriore proposta che arrivava a 2 milioni includendo le trascrizioni delle chiamate. Le cifre sono quelle dichiarate dai soggetti che cercavano di acquistare i dati: non dimostrano che OpenAI, Anthropic o altri laboratori abbiano effettivamente versato quegli importi.
Perché l’intelligenza artificiale vuole leggere le email aziendali
I modelli linguistici sono stati addestrati utilizzando enormi quantità di testi, siti web e altri contenuti. Ma sapere scrivere un’email non equivale a sapere come si gestisce una trattativa commerciale, una richiesta di rimborso o un progetto complesso. Per imparare queste attività servono esempi realistici di lavoro, non soltanto documenti pubblicati su Internet.
Gli archivi delle aziende contengono proprio questo materiale: discussioni su problemi concreti, passaggi di consegne, revisioni di documenti, comunicazioni con i clienti e decisioni prese in condizioni di incertezza. Per un’IA destinata a diventare un assistente o un agente autonomo, conoscere questi processi può essere più utile di leggere migliaia di articoli generici.
Gli intermediari promettono di raccogliere e preparare i dati per l’addestramento o la valutazione dei modelli. Ma qui nasce la domanda più delicata: chi ha scritto quei messaggi ha davvero autorizzato la loro vendita? Un’azienda può possedere la propria infrastruttura informatica, ma ciò non significa che ogni informazione contenuta negli archivi possa essere ceduta liberamente.
Fino a 2 milioni di dollari per email, documenti e telefonate
Le proposte ricevute da WIRED parlavano di compensi una tantum compresi tra 350.000 e 1,8 milioni di dollari per copie di documenti di lavoro, email, messaggi e ticket interni. Una seconda comunicazione aggiungeva le trascrizioni delle telefonate e portava l’offerta potenziale a 2 milioni di dollari.
Uno dei messaggi sosteneva che laboratori come OpenAI e Anthropic stessero pagando quelle cifre per i dati di aziende editoriali. È un’affermazione commerciale degli intermediari, non una transazione verificata. Contattata da WIRED, Anthropic ha riconosciuto l’esistenza di un vasto mercato dei dati, ma ha dichiarato di non acquistare archivi operativi di aziende attive come la rivista. OpenAI non aveva risposto prima della pubblicazione dell’inchiesta.
Un episodio concreto riguarda Handshake, società che ha confermato di aver offerto 1.000 dollari a una giornalista freelance per il materiale relativo a un singolo articolo. La professionista ha rifiutato. L’azienda ha spiegato che concede in licenza documenti professionali per aiutare i laboratori a valutare come i modelli affrontino lavori specialistici.
Mercor, Micro1 e Handshake: i nuovi intermediari dei dati
Tra i protagonisti del settore compaiono Mercor, Micro1 e Handshake. Sono aziende che operano tra chi produce dati professionali e i laboratori che sviluppano intelligenza artificiale. Alcune reclutano esperti per creare esempi di lavoro; altre cercano archivi già esistenti, ritenuti più rappresentativi della complessità delle attività reali.
Brendan Foody, amministratore delegato di Mercor, ha spiegato a WIRED che gli esempi artificiali creati dagli esperti non riescono sempre a riprodurre il disordine e le eccezioni di una vera organizzazione. Le comunicazioni autentiche diventano così una risorsa particolarmente ricercata. Mercor sostiene di rimuovere le informazioni personali prima di ricevere i dati e che la procedura possa essere verificata.
Ali Ansari, amministratore delegato di Micro1, ha stimato che laboratori di IA, imprese e aziende di robotica spendano complessivamente tra 40 e 50 miliardi di dollari l’anno in dati. È una stima dell’imprenditore che WIRED non ha potuto verificare in modo indipendente. Ancora più ambiziosa la sua previsione di un mercato superiore a mille miliardi di dollari annui entro pochi anni: non è un dato acquisito, ma uno scenario prospettato da un operatore interessato alla crescita del settore.
Spirit Airlines: in vendita 500 milioni di messaggi dei dipendenti
Il caso più clamoroso è quello di Spirit Airlines. Nell’ambito della procedura fallimentare, la compagnia aerea ha messo all’asta un enorme patrimonio digitale comprendente 80.000 account email, 500 milioni di messaggi interni, 20,6 milioni di file Microsoft SharePoint e un milione di registrazioni degli orari di lavoro.
Secondo WIRED, Google sembrava essersi aggiudicata il pacchetto con un’offerta di 10 milioni di dollari, ma Micro1 avrebbe rilanciato con altri 2,5 milioni. La situazione si è complicata per una controversia sull’esito dell’asta e soprattutto per l’intervento del sindacato degli assistenti di volo.
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L’Association of Flight Attendants-CWA ha contestato la presenza di informazioni private dei lavoratori negli archivi destinati alla vendita. La procedura è stata sospesa. Il sindacato non chiede necessariamente di annullare l’intera operazione, ma di escludere i dati che permettono di identificare i dipendenti. Google ha dichiarato che non riceverà informazioni personali dal materiale acquistato.
È un caso che mostra quanto il problema sia concreto. Un archivio creato per far funzionare una compagnia aerea rischia di diventare una merce da vendere a soggetti che vogliono addestrare sistemi automatici, mentre le persone che hanno scritto quei messaggi potrebbero non aver mai immaginato un utilizzo simile.
L’anonimizzazione basta davvero a proteggere i lavoratori?
Gli intermediari assicurano generalmente di eliminare nomi, indirizzi e altri elementi che identificano direttamente le persone. Ma rendere anonima una conversazione non è semplice come cancellare il nome del mittente. Un’email può contenere riferimenti a una malattia, a un problema familiare, a una situazione disciplinare o a un cliente specifico.
Mayu Tobin-Miyaji, consulente legale dell’Electronic Privacy Information Center (EPIC), ha avvertito che i dati non strutturati, come messaggi ed email, sono particolarmente difficili da ripulire completamente. Anche senza un nome esplicito, una combinazione di dettagli potrebbe permettere di riconoscere una persona o rivelare informazioni sensibili.
Il tema non riguarda soltanto la privacy individuale. Negli archivi possono comparire segreti commerciali, informazioni contrattuali e comunicazioni soggette a obblighi di riservatezza. La possibilità di vendere questi dati dipende dalle leggi applicabili, dai contratti e dalle caratteristiche del materiale, non dalla sola volontà del proprietario dei server.
Il paradosso: i dipendenti potrebbero addestrare le IA che li sostituiranno
C’è un aspetto ancora più controverso. Le persone che ogni giorno scrivono email, risolvono problemi e gestiscono pratiche stanno producendo dati che potrebbero insegnare a un’IA a svolgere le loro stesse mansioni. Se quegli archivi vengono venduti senza una partecipazione consapevole dei lavoratori, il vantaggio economico può finire interamente nelle mani dell’azienda che li cede.
Sara Nelson, presidente del sindacato degli assistenti di volo, ha collegato il valore di questi dati alla possibilità di addestrare modelli destinati ad automatizzare attività lavorative. È una preoccupazione comprensibile, anche se l’acquisto di un archivio non dimostra automaticamente che un determinato posto di lavoro verrà eliminato.
Per le aziende, invece, si apre una nuova fonte di entrate. Secondo Ansari di Micro1, vendere i dati dei processi interni potrebbe un giorno diventare un’attività commerciale più diffusa della pubblicità. Una previsione che rende ancora più urgente stabilire chi possa autorizzare queste operazioni e con quali garanzie.
E in Italia? Le email di lavoro non sono liberamente vendibili
Per un’azienda italiana o europea, il tema incontra le regole del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR). Se gli archivi contengono dati personali, la loro cessione e il successivo utilizzo per addestrare modelli di IA richiedono una base giuridica adeguata, trasparenza e il rispetto dei principi di finalità, minimizzazione e sicurezza.
Non basta inserire una clausola generica o sostenere che i dati saranno anonimizzati in un secondo momento. Una vera anonimizzazione deve rendere le persone non identificabili in modo effettivo; la semplice sostituzione dei nomi con codici, cioè la pseudonimizzazione, non fa automaticamente uscire il trattamento dalle regole del GDPR.
Le comunicazioni dei dipendenti possono inoltre essere soggette a tutele specifiche in materia di lavoro e riservatezza. Prima di condividere archivi interni con un intermediario, un’impresa dovrebbe verificare quali dati contengano, chi ne sia titolare e quali diritti possano essere coinvolti.
La prossima corsa all’oro dell’IA potrebbe passare dalla tua casella email
Per anni la discussione sui dati usati dall’intelligenza artificiale si è concentrata soprattutto su libri, fotografie, articoli e siti web. Ora l’attenzione si sta spostando verso qualcosa di meno visibile: il patrimonio di conoscenze che si accumula ogni giorno dentro le aziende.
Le offerte milionarie raccontate da WIRED mostrano quanto questo materiale sia ricercato, ma anche quanto siano ancora incerti i confini tra innovazione, proprietà dei dati e diritti dei lavoratori. La domanda non è soltanto quanto valga una casella email aziendale: è chi abbia il diritto di venderne il contenuto e chi debba essere protetto prima che accada.
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