Gli alimenti ultra-processati lasciano un’impronta nel sangue: lo conferma un ampio studio europeo

Ogni alimento che consumiamo lascia una traccia nel nostro organismo, ma i cibi ultra-processati sembrano imprimere una vera e propria firma metabolica nel sangue. È quanto emerge da un’importante ricerca condotta nell’ambito della European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition (EPIC), che ha analizzato oltre 15.000 campioni di sangue provenienti da diversi Paesi europei.
Lo studio rafforza le crescenti evidenze scientifiche sul legame tra il consumo abituale di alimenti industriali e l’aumento del rischio di malattie cardiovascolari, diabete di tipo 2, obesità e altre patologie croniche. Gli scienziati hanno identificato una serie di biomarcatori capaci di distinguere chiaramente chi segue una dieta ricca di prodotti ultra-processati da chi privilegia alimenti freschi e poco lavorati.
Secondo i risultati, un’elevata assunzione di questi prodotti è associata a modifiche misurabili nella composizione del sangue, indipendentemente dal peso corporeo della persona.
Una firma metabolica composta da decine di biomarcatori
I ricercatori hanno individuato 22 metaboliti circolanti e otto diverse tipologie di grassi nel sangue strettamente collegati al consumo di alimenti ultra-processati.
Per arrivare a queste conclusioni, gli studiosi hanno corretto i risultati tenendo conto di numerosi fattori che possono influenzare il metabolismo, tra cui età, sesso, indice di massa corporea, attività fisica, fumo, consumo di alcol e qualità generale della dieta.
L’analisi ha mostrato che chi consuma più frequentemente prodotti classificati come Nova 4 – la categoria che comprende gli alimenti maggiormente trasformati a livello industriale – presenta una composizione del sangue significativamente diversa rispetto a chi segue un’alimentazione più naturale.
Meno DHA e più squilibri metabolici
Tra i cambiamenti più rilevanti osservati dagli studiosi spicca la riduzione dei livelli di DHA (acido docosaesaenoico), uno degli omega-3 più importanti per il corretto funzionamento dell’organismo.
Il DHA svolge infatti un ruolo fondamentale nella:
- salute del cervello;
- protezione cardiovascolare;
- regolazione dei processi infiammatori.
Poiché il nostro organismo è in grado di produrne soltanto quantità limitate, è essenziale assumerlo attraverso l’alimentazione, in particolare consumando pesce azzurro, salmone, sgombro e sardine.
Parallelamente, lo studio ha evidenziato una diminuzione di importanti componenti delle membrane cellulari, come sfingomieline e fosfatidilcoline, molecole coinvolte nella comunicazione tra le cellule, nella produzione di energia e nella stabilità delle membrane cellulari.

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I grassi trans restano nel sangue
Un altro dato significativo riguarda i grassi trans di origine industriale, in particolare l’acido elaidico.
Gli studiosi hanno confermato che questo composto è facilmente rilevabile nel sangue dopo il consumo di alimenti ultra-processati, dimostrando che non viene eliminato rapidamente dall’organismo ma continua a circolare, influenzando il metabolismo dei grassi.
Da tempo la comunità scientifica collega i grassi trans a:
- aumento del colesterolo LDL (“cattivo”);
- riduzione del colesterolo HDL (“buono”);
- maggiore rischio cardiovascolare;
- resistenza all’insulina.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), l’assunzione di grassi trans dovrebbe rimanere al di sotto dell’1% dell’apporto energetico giornaliero, pari a circa 2,2 grammi al giorno in una dieta da 2.000 calorie. L’OMS sostiene inoltre che questi grassi potrebbero essere completamente eliminati dalla filiera alimentare senza compromettere qualità, gusto o disponibilità dei prodotti.
Lo squilibrio tra omega-3 e omega-6
La ricerca ha osservato anche un aumento dei derivati degli omega-6, probabilmente dovuto all’elevato utilizzo di oli vegetali raffinati presenti nei prodotti industriali.
Omega-3 e omega-6 utilizzano gli stessi sistemi enzimatici dell’organismo. Quando gli omega-6 risultano predominanti e gli omega-3 sono insufficienti, il corpo tende a produrre una maggiore quantità di molecole coinvolte nei processi infiammatori.
Sono stati inoltre rilevati livelli più elevati di acilcarnitine, sostanze associate a una minore efficienza nella trasformazione dei grassi in energia, segnale di un possibile peggioramento della funzionalità metabolica.
Ridurre gli alimenti ultra-processati può fare la differenza
Pur non dimostrando un rapporto diretto di causa-effetto tra alimenti ultra-processati e malattie, lo studio evidenzia come il loro consumo lasci tracce biologiche concrete nel sangue.
Per migliorare la qualità della dieta, gli esperti consigliano di:
- privilegiare alimenti freschi e minimamente lavorati;
- consumare pesce ricco di omega-3 almeno due volte alla settimana;
- utilizzare olio extravergine di oliva, frutta secca e semi oleosi come principali fonti di grassi;
- limitare prodotti contenenti oli parzialmente idrogenati o altri ingredienti fortemente trasformati;
- leggere attentamente le etichette degli alimenti confezionati.
L’impronta metabolica individuata dai ricercatori era presente anche in persone normopeso, suggerendo che il peso corporeo non rappresenta l’unico indicatore dello stato di salute. La qualità degli alimenti consumati sembra infatti incidere profondamente sull’equilibrio biochimico dell’organismo e potrebbe influenzare il rischio di sviluppare patologie nel lungo periodo.
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