Gli hacker usano la crittografia quantistica nei malware, ma c’è un dettaglio sorprendente

Gli hacker stanno iniziando a integrare algoritmi crittografici post-quantistici nei malware, una scelta che sembra anticipare un futuro in cui i computer quantistici potrebbero mettere in difficoltà alcune delle tecniche di cifratura utilizzate oggi. Ma c’è un dettaglio sorprendente: per il momento, questa tecnologia non offre ai criminali informatici un vantaggio pratico evidente.
A spiegare il fenomeno è Sergey Lozhkin, responsabile del Global Research and Analysis Team (GReAT) di Kaspersky per le regioni META e APAC. L’esperto osserva che alcuni sviluppatori di software dannosi potrebbero adottare questi algoritmi per sperimentazione, prestigio o semplicemente per dimostrare le proprie capacità tecniche.
Che cosa significa crittografia post-quantistica nei malware
La crittografia post-quantistica comprende algoritmi progettati per resistere anche a determinati attacchi che, in futuro, potrebbero essere eseguiti da computer quantistici sufficientemente potenti. Non significa che un malware utilizzi un computer quantistico: il codice gira su dispositivi convenzionali, ma impiega schemi crittografici pensati per uno scenario tecnologico diverso.
Questi algoritmi non sono nati ieri. Sono oggetto di ricerca da anni e stanno entrando progressivamente in applicazioni e infrastrutture legittime. Il loro utilizzo in programmi malevoli non è quindi un’invenzione completamente nuova, ma rappresenta un esempio di come le tecnologie sviluppate per la sicurezza possano essere riutilizzate anche da chi vuole compromettere i sistemi.
Nel caso dei ransomware, per esempio, la cifratura è uno degli strumenti utilizzati per rendere inaccessibili i file delle vittime e chiedere un riscatto. L’eventuale adozione di algoritmi post-quantistici non rende automaticamente un attacco più efficace, più difficile da rilevare o impossibile da contrastare: questi aspetti dipendono anche dall’implementazione, dalle chiavi, dal comportamento del malware e dalle difese disponibili.
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Perché gli hacker vogliono anticipare i computer quantistici
L’interesse verso queste tecniche è alimentato dall’incertezza sui tempi di sviluppo di computer quantistici capaci di compromettere alcuni sistemi crittografici oggi diffusi. Non esiste una data certa per un simile salto tecnologico e i progressi potrebbero arrivare in modo difficile da prevedere.
Proprio per questo, aziende e istituzioni stanno già valutando o adottando soluzioni resistenti agli attacchi quantistici. È una scelta preventiva: proteggere oggi le informazioni che potrebbero dover restare riservate anche tra molti anni.
Nel mondo del cybercrimine, però, la logica può essere diversa. Lozhkin ritiene che, allo stato attuale, gli autori di malware possano inserire algoritmi post-quantistici “per divertimento” o per distinguersi dagli altri, più che per rispondere a una necessità operativa concreta. Per uno sviluppatore di ransomware, la possibilità che qualcuno decifri il programma grazie a un futuro computer quantistico non sembra essere oggi una preoccupazione determinante.
Malware più sofisticati non significa attacchi imbattibili
La notizia merita attenzione soprattutto perché mostra la velocità con cui strumenti e concetti della ricerca crittografica arrivano anche nell’ecosistema criminale. Tuttavia, sarebbe sbagliato concludere che i ransomware dotati di algoritmi post-quantistici siano già una nuova minaccia impossibile da fermare.
Per proteggerti, restano fondamentali le misure che riducono il rischio di infezione e limitano i danni: aggiornare sistema operativo e applicazioni, evitare allegati e download sospetti, utilizzare strumenti di protezione affidabili e mantenere copie di sicurezza offline o isolate. Sono precauzioni utili indipendentemente dall’algoritmo di cifratura scelto da un aggressore.
La vera questione è osservare come evolveranno queste tecniche. Se la crittografia post-quantistica diventerà sempre più comune nei sistemi legittimi, è plausibile che anche i malware continuino a sperimentarla. Oggi, però, la sua presenza sembra raccontare più la voglia di sperimentare degli hacker che un concreto salto di pericolosità degli attacchi.
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