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L’intelligenza artificiale favorisce gli uomini sul lavoro: le donne rischiano di restare indietro

L’intelligenza artificiale sta trasformando il mercato del lavoro, ma i benefici non sembrano distribuirsi allo stesso modo tra uomini e donne. Negli Stati Uniti, l’occupazione maschile cresce più rapidamente di quella femminile nelle professioni maggiormente esposte all’IA. A evidenziarlo è una nuova analisi del Pew Research Center, ripresa dal Washington Post, che mette in relazione i cambiamenti occupazionali con la possibilità di automatizzare o assistere le mansioni attraverso strumenti come ChatGPT e Claude.

Il divario è particolarmente evidente tra i lavoratori che non possiedono una laurea quadriennale. La ricerca, però, contiene un’avvertenza importante: non dimostra che l’intelligenza artificiale abbia causato direttamente la differenza. Misura un’associazione tra esposizione delle professioni all’IA e andamento dell’occupazione, in un periodo influenzato anche da molti altri cambiamenti economici.

Lo studio: più cresce l’esposizione all’IA, più aumenta il divario

Il Pew Research Center ha analizzato 480 professioni utilizzando i dati della Current Population Survey statunitense e le informazioni sulle attività lavorative contenute nel database O*NET. I ricercatori hanno confrontato il periodo 2017-2019, precedente alla diffusione dell’IA generativa, con i dati da gennaio 2023 a giugno 2026. Gli anni 2020-2022 sono stati esclusi per ridurre le distorsioni provocate dalla pandemia.

A ciascuna professione è stato assegnato un punteggio di esposizione all’IA compreso tra 0 e 3,5. Un valore più alto indica che una parte maggiore delle mansioni importanti può essere svolta o assistita da sistemi generativi. Non significa che quel lavoro sia destinato a sparire.

Per ogni punto aggiuntivo nell’indice di esposizione, lo studio rileva una crescita dell’occupazione maschile del 6,3%, contro appena lo 0,2% per le donne. Il risultato riguarda la relazione statistica tra esposizione e crescita occupazionale all’interno delle professioni, non un aumento annuale attribuibile direttamente all’utilizzo dei chatbot.

Le donne senza laurea risultano più penalizzate

Il divario cambia notevolmente in base al livello di istruzione. Tra chi possiede al massimo un diploma di scuola superiore, a ogni punto aggiuntivo di esposizione all’IA corrisponde una crescita dell’occupazione maschile dell’8,8% e una riduzione del 9,5% di quella femminile. Tra chi ha frequentato l’università senza conseguire una laurea quadriennale, i valori sono rispettivamente +3,6% e −6%.

Per i lavoratori con una laurea quadriennale o un titolo superiore, invece, la ricerca non rileva differenze statisticamente significative nell’andamento dell’occupazione in funzione dell’esposizione all’IA. Questo suggerisce che istruzione e tipo di mansione possano influenzare il modo in cui il cambiamento tecnologico si riflette sul lavoro.

I ricercatori precisano che molti uomini senza laurea lavorano in settori poco esposti all’IA, come trasporti ed edilizia. Le donne con un livello di istruzione simile sono invece più presenti in professioni amministrative, di segreteria e di assistenza clienti, dove gli strumenti generativi possono intervenire su una parte consistente delle attività.

Perché gli uomini adottano più rapidamente gli strumenti IA

Il Washington Post descrive un altro elemento del problema: l’accesso diseguale alla formazione e al sostegno aziendale. Le donne, in media, possono avere meno opportunità di sperimentare nuovi strumenti durante l’orario di lavoro e ricevere meno incoraggiamento da colleghi e responsabili.

La ricercatrice Solène Delecourt, dell’Università della California a Berkeley, osserva che il divario nell’adozione dell’IA si sta restringendo, ma persistono differenze nella fiducia e nella disponibilità a sperimentare. Le responsabilità familiari e il lavoro organizzativo non riconosciuto possono ridurre ulteriormente il tempo da dedicare all’apprendimento.

Essere più prudenti nell’utilizzo di un chatbot, però, non significa essere meno capaci. La cautela può riflettere una maggiore attenzione ai rischi, agli errori e alla protezione delle informazioni. Per le aziende il problema è evitare che l’accesso agli strumenti e alle opportunità di formazione dipenda da chi dispone di più tempo libero o di un maggiore sostegno informale.

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Quali professioni sono più esposte all’intelligenza artificiale

Tra le attività con un’elevata esposizione all’IA, il Pew Research Center cita sviluppatori software, contabili, revisori e responsabili finanziari. Queste professioni includono numerose mansioni basate su documenti, dati, testi e informazioni che possono essere elaborate con sistemi generativi.

All’estremo opposto figurano lavori come muratore, carpentiere, addetto alle pulizie e autista, nei quali gran parte delle attività richiede una presenza fisica e l’intervento diretto sulle cose. L’indice misura quindi la possibilità tecnica di usare l’IA nelle mansioni, non la probabilità che una professione venga cancellata.

Il dato più interessante è che, nel periodo esaminato, l’occupazione nelle professioni più esposte all’IA è complessivamente cresciuta. Non emerge una semplice sostituzione generalizzata dei lavoratori da parte dei chatbot: emerge piuttosto una distribuzione diseguale della crescita tra gruppi differenti.

Cosa possono fare le aziende per evitare un nuovo divario

Se l’IA diventa uno strumento per migliorare produttività e avanzamento professionale, lasciare la formazione alla sola iniziativa individuale rischia di amplificare disuguaglianze già esistenti. Un approccio più equilibrato prevede corsi durante l’orario lavorativo, accesso agli stessi strumenti e valutazioni basate sui risultati anziché sulla frequenza con cui una persona utilizza un chatbot.

È utile anche coinvolgere lavoratrici e lavoratori nella progettazione dei processi automatizzati. Chi svolge quotidianamente un’attività può individuare problemi che non emergono nei test tecnici, come errori ricorrenti, rischi per i dati personali o procedure che aumentano il carico di lavoro invece di ridurlo.

Per chi lavora in un settore esposto all’IA, la priorità non dovrebbe essere imparare ogni nuovo servizio appena viene lanciato. Conta soprattutto capire quali mansioni possono essere migliorate, verificare i risultati prodotti dai sistemi e acquisire competenze trasferibili.

L’IA sta causando il divario occupazionale? Non è ancora dimostrato

L’analisi del Pew Research Center non segue singole persone per stabilire se abbiano ottenuto una promozione grazie all’intelligenza artificiale. Confronta invece l’andamento dell’occupazione in professioni con diversi livelli di esposizione alla tecnologia. La correlazione non permette di attribuire automaticamente all’IA le differenze osservate.

Anche il Washington Post sottolinea che le opportunità di carriera dipendono da più fattori: accesso alla formazione, sostegno dei responsabili, composizione dei settori e distribuzione delle responsabilità familiari. Per capire quanto pesi davvero l’intelligenza artificiale serviranno studi capaci di isolare questi elementi.

Il segnale resta significativo: una trasformazione tecnologica può creare nuove opportunità e, contemporaneamente, lasciare indietro parte della forza lavoro. La sfida per aziende e istituzioni sarà impedire che l’adozione dell’IA allarghi ulteriormente le differenze di accesso alla crescita professionale.

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