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Pirateria sportiva, l’UE valuta blocchi entro 30 minuti anche per VPN, DNS e CDN

La lotta europea alla pirateria degli eventi sportivi in diretta potrebbe diventare molto più aggressiva. Un nuovo studio commissionato dalla commissione giuridica del Parlamento europeo (JURI) propone di superare l’attuale sistema basato soprattutto su raccomandazioni e iniziative nazionali, introducendo regole vincolanti valide in tutta l’Unione.

Tra le misure suggerite spicca un limite di 30 minuti per intervenire contro le trasmissioni illegali. Ma la vera svolta sarebbe nell’estensione degli obblighi: non soltanto operatori Internet, ma anche resolver DNS, servizi VPN, CDN e altri intermediari tecnici potrebbero essere chiamati a partecipare ai blocchi.

Il modello preso più volte come riferimento è quello italiano del Piracy Shield, anche se lo stesso studio riconosce i rischi legati a strumenti di blocco troppo ampi e alle possibili conseguenze sui servizi perfettamente legittimi.

Dalle raccomandazioni a un regolamento europeo vincolante

Nel 2023 l’Unione europea aveva già affrontato il problema attraverso una raccomandazione che invitava gli Stati membri a facilitare una rapida rimozione dei flussi illegali relativi agli eventi dal vivo. Per molti titolari dei diritti, tuttavia, quella risposta era insufficiente proprio perché priva di carattere vincolante.

Da allora il quadro europeo è rimasto disomogeneo. Alcuni Paesi hanno rafforzato sensibilmente le proprie strategie antipirateria, mentre altri non hanno introdotto interventi altrettanto incisivi.

Il nuovo studio, intitolato “Countering online piracy of sports and broadcast in the EU” e firmato dal professor Giovanni Maria Riccio dell’Università di Salerno, sostiene che l’attuale risposta europea non sia adeguata alla rapidità e alla complessità tecnica con cui vengono distribuite le trasmissioni illegali in diretta.

La proposta è quindi quella di passare a un regolamento europeo vincolante, pensato specificamente per il live streaming pirata e capace di garantire procedure più uniformi fra gli Stati membri.

Uno dei punti centrali riguarda proprio la velocità. Lo studio cita come riferimento un intervento entro 30 minuti, riprendendo un elemento caratteristico del sistema italiano.

Non solo operatori Internet: coinvolti DNS, VPN e CDN

L’eventuale sistema europeo avrebbe un campo d’azione molto ampio. Secondo lo studio, gli obblighi non dovrebbero fermarsi agli Internet Service Provider tradizionali, ma interessare l’intera catena di soggetti tecnicamente coinvolti nella distribuzione dei contenuti non autorizzati.

Tra questi vengono indicati i fornitori di Content Delivery Network (CDN), i servizi VPN, i server dedicati e i sistemi di risoluzione DNS. In concreto, una simile impostazione potrebbe coinvolgere anche servizi di terze parti come Google Public DNS, OpenDNS o infrastrutture offerte da Cloudflare.

Non si tratterebbe, peraltro, di un concetto completamente nuovo nel panorama europeo. Lo studio ricorda che alcuni tribunali hanno già adottato provvedimenti capaci di raggiungere intermediari diversi dai normali provider di accesso, compresi resolver DNS e servizi VPN.

L’obiettivo sarebbe rendere più difficile aggirare rapidamente un blocco passando semplicemente a un’infrastruttura differente, un problema particolarmente importante durante gli eventi sportivi: una trasmissione pirata può infatti perdere gran parte del proprio valore una volta terminata la partita o l’evento.

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Il modello AGCOM potrebbe essere replicato negli Stati membri

L’influenza del sistema italiano emerge anche sul fronte della supervisione. In Italia un ruolo centrale è ricoperto dall’AGCOM, che gestisce le procedure previste per contrastare la diffusione illegale dei contenuti protetti.

Lo studio suggerisce che ciascuno Stato membro disponga di una autorità amministrativa indipendente con poteri adeguati oppure assegni tali competenze a un organismo già esistente.

L’idea è creare una struttura capace di garantire supervisione, applicazione delle regole e coordinamento, evitando che l’efficacia delle misure dipenda esclusivamente dalle differenti procedure giudiziarie e amministrative dei singoli Paesi.

Un’eventuale estensione europea di questo approccio rappresenterebbe quindi un cambiamento importante: principi e meccanismi oggi applicati soltanto in alcuni mercati potrebbero trasformarsi in uno standard comune contro la pirateria sportiva.

Il problema dell’overblocking resta centrale

Lo studio non ignora però il principale punto debole di questi sistemi. Il blocco tramite indirizzi IP e DNS viene descritto come uno strumento inevitabilmente poco preciso, perché un singolo indirizzo o una stessa infrastruttura possono essere condivisi contemporaneamente da servizi illegali e siti completamente legittimi.

È il fenomeno dell’overblocking, una delle questioni più controverse associate alle piattaforme di blocco rapido.

A evidenziare le possibili dimensioni del problema viene citata anche una ricerca dell’Open Observatory of Network Interference (OONI) relativa ai blocchi applicati in Spagna in seguito a un provvedimento legato a LaLiga. Secondo i dati richiamati, durante le partite sarebbero stati bloccati almeno una volta più di 554.000 domini, coinvolgendo anche risorse riconducibili a organizzazioni e infrastrutture estranee alla pirateria.

Tra gli esempi menzionati figurano siti collegati ad Amnesty International, ACLU, UNICEF, UNHCR, al Senato australiano e ad endpoint di Amazon S3.

Il rapporto prende inoltre in considerazione le osservazioni del Centre for European Policy Studies (CEPS), che ha proposto un approccio molto più restrittivo verso il blocco basato sugli IP e una maggiore responsabilità per eventuali danni collaterali.

Nonostante queste criticità, lo studio ritiene possibile adottare un sistema europeo ispirato al Piracy Shield introducendo precise garanzie. Tra le soluzioni indicate ci sono blocchi limitati alla durata dell’evento live, supervisione giudiziaria o amministrativa e rispetto dei criteri di proporzionalità elaborati dalla Corte di giustizia dell’Unione europea.

Prezzi, abbonamenti e frammentazione alimentano la pirateria

Il contrasto tecnico, secondo il rapporto, non può comunque essere l’unica risposta. Esiste anche un problema legato all’offerta legale di contenuti sportivi.

La crescente frammentazione dei diritti, la necessità di sottoscrivere più abbonamenti, le restrizioni geografiche e altri ostacoli all’accesso possono contribuire a spingere una parte del pubblico verso soluzioni illegali.

Per questo lo studio invita a rendere le alternative legali più accessibili e attraenti. Bloccare velocemente una trasmissione pirata può limitarne la diffusione, ma difficilmente può eliminare il fenomeno se per seguire legalmente gli sport desiderati gli utenti devono affrontare costi elevati e un’offerta eccessivamente frammentata.

Le proposte, in ogni caso, non costituiscono al momento una nuova legge europea. Lo studio rappresenta un contributo tecnico commissionato dalla commissione JURI e arriva mentre prosegue il confronto europeo sull’efficacia delle attuali norme sul copyright.

L’eventuale passaggio da una raccomandazione a un vero regolamento richiederebbe quindi ulteriori passaggi politici e legislativi. Ma la direzione indicata è significativa: un futuro sistema europeo contro la pirateria sportiva potrebbe puntare su interventi entro 30 minuti, autorità nazionali dedicate e obblighi estesi a una parte molto più ampia dell’infrastruttura Internet.

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