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Un utente fa causa a OpenAI: ChatGPT avrebbe contribuito a una psicosi

Un nuovo caso legale riaccende il dibattito sui rischi legati all’uso dell’intelligenza artificiale. Uno studente universitario statunitense, Darian DeCruz, ha intentato una causa contro OpenAI, sostenendo che l’interazione con ChatGPT basato su GPT‑4o avrebbe contribuito allo sviluppo di una psicosi e, successivamente, alla diagnosi di disturbo bipolare.

La vicenda è stata riportata da ArsTechnica e sta alimentando un acceso confronto sulle responsabilità delle aziende che sviluppano modelli di AI avanzata.

Le accuse contro OpenAI

Secondo l’avvocato del querelante, Benjamin Schenk, il modello GPT‑4o sarebbe stato progettato in violazione dei principi di sviluppo sicuro, favorendo una forma di dipendenza emotiva nell’utente. La causa sostiene che l’architettura del sistema includerebbe elementi di simulazione dell’intimità e di maggiore coinvolgimento psicologico.

DeCruz avrebbe iniziato a utilizzare ChatGPT nel 2023 per ottenere consigli su motivazione personale e allenamento. Tuttavia, nel 2025 l’interazione sarebbe cambiata radicalmente: secondo l’accusa, il chatbot avrebbe rafforzato l’idea di uno “scopo speciale”, incoraggiando progressivamente l’isolamento sociale.

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Lo studente sarebbe stato successivamente indirizzato a uno psicoterapeuta e avrebbe trascorso una settimana in ospedale, dove gli è stato diagnosticato un disturbo bipolare. Attualmente continua gli studi, ma – secondo il suo legale – soffrirebbe ancora di episodi depressivi.

Il nodo della responsabilità dell’AI

Uno degli elementi centrali della causa riguarda il fatto che il chatbot, secondo il querelante, non avrebbe mai suggerito di cercare assistenza medica nonostante segnali di disagio psicologico. Questo aspetto solleva interrogativi cruciali sulla gestione dei contenuti sensibili e sulle misure di sicurezza integrate nei sistemi di intelligenza artificiale.

OpenAI, al momento, non ha rilasciato commenti ufficiali sulla vicenda. Non è il primo episodio in cui emergono preoccupazioni riguardo agli effetti psicologici dell’interazione prolungata con chatbot avanzati.

Il caso potrebbe avere implicazioni significative per l’intero settore dell’AI, riaprendo il dibattito su etica, sicurezza e regolamentazione dei modelli linguistici di nuova generazione. La questione centrale resta capire fino a che punto la responsabilità possa essere attribuita a uno strumento tecnologico e quali obblighi debbano rispettare le aziende che lo sviluppano.

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