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Cloudflare sfida il “Piracy Shield” italiano: ricorso contro multa da 14 milioni

La battaglia tra Cloudflare e il sistema italiano Piracy Shield entra in una nuova fase. L’azienda americana ha annunciato un ricorso formale contro la multa da oltre 14 milioni di euro inflitta dall’Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni (AGCOM), aprendo un caso che potrebbe avere conseguenze rilevanti per il futuro di Internet in Europa.

Al centro dello scontro non c’è solo la sanzione economica, ma la legittimità stessa del sistema anti-pirateria italiano, accusato di essere poco trasparente e potenzialmente dannoso per l’ecosistema digitale.

Cos’è il Piracy Shield e come funziona

Lanciato nel 2024, il Piracy Shield è stato presentato come uno strumento innovativo per contrastare la pirateria delle dirette sportive. Il sistema consente di bloccare domini e indirizzi IP sospetti entro 30 minuti, riducendo drasticamente la diffusione di contenuti illegali.

Nonostante i risultati ottenuti, il meccanismo ha sollevato numerose critiche, soprattutto per i casi di overblocking, ovvero il blocco accidentale di siti e servizi perfettamente legittimi.

La multa da 14 milioni e il rifiuto di Cloudflare

Il conflitto nasce quando Cloudflare ha rifiutato di applicare i blocchi attraverso il proprio resolver DNS pubblico 1.1.1.1, sostenendo che la richiesta fosse sproporzionata e tecnicamente discutibile.

AGCOM ha quindi avviato un’indagine, concludendo che la società dispone delle capacità tecnologiche necessarie per rispettare gli obblighi imposti. Di conseguenza, è stata inflitta una sanzione pari a 14.247.698 euro, circa l’1% del fatturato globale dell’azienda.

Secondo l’autorità, la normativa consente sanzioni fino al 2% dei ricavi globali, giustificando così l’entità della multa.

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Il ricorso: “un sistema opaco e pericoloso”

Cloudflare ha annunciato di aver presentato ricorso l’8 marzo, sottolineando che la questione va oltre l’aspetto economico. L’azienda definisce il Piracy Shield un “black box”, ovvero un sistema privo di trasparenza, supervisione e garanzie procedurali.

Secondo la società, il rischio è che interessi privati possano influenzare il blocco di ampie porzioni della rete, senza un adeguato controllo pubblico.

Viene inoltre evidenziato che il sistema sarebbe stato sviluppato da SP Tech, collegata a uno studio legale che rappresenta alcuni dei principali beneficiari del blocco, tra cui la Serie A.

Overblocking e rischi per Internet

Uno dei punti più critici riguarda i numerosi episodi di blocchi errati. Tra i servizi colpiti figurano siti governativi, piattaforme educative e servizi cloud, inclusi casi di accesso limitato a strumenti diffusi come archivi online.

Uno studio dell’Università di Twente ha confermato questi problemi, parlando di danni collaterali significativi all’infrastruttura Internet e persino di potenziali implicazioni per la sicurezza nazionale.

Nonostante le critiche, AGCOM ha scelto di estendere ulteriormente il sistema, includendo anche VPN e resolver DNS, strumenti strettamente legati alla privacy e alla libertà di espressione online.

Una battaglia legale destinata a fare giurisprudenza

Nel ricorso, Cloudflare contesta anche il calcolo della sanzione, sostenendo che il limite del 2% dovrebbe essere applicato ai ricavi generati in Italia, non a quelli globali. In questo caso, la multa sarebbe di circa 140.000 euro, ovvero una cifra di gran lunga inferiore.

L’azienda ha dichiarato che continuerà a difendere le proprie posizioni nei tribunali amministrativi italiani, chiedendo maggiore accesso ai dati del sistema e una revisione completa della normativa.

Il caso potrebbe rappresentare un precedente cruciale nel bilanciamento tra lotta alla pirateria e tutela di un Internet aperto e neutrale, con implicazioni che vanno ben oltre i confini italiani.

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