Le intelligenze artificiali stanno creando un loro linguaggio: il nuovo esperimento preoccupa i ricercatori

Modelli di intelligenza artificiale lasciati interagire autonomamente per diversi giorni hanno iniziato a sviluppare espressioni, abbreviazioni e significati condivisi che non erano stati definiti in anticipo dai ricercatori. È quanto emerge da un esperimento condotto da Emergence, laboratorio statunitense che ha studiato il comportamento di gruppi di agenti AI inseriti in vere e proprie società virtuali.
Definirlo semplicemente un nuovo “linguaggio segreto” sarebbe però fuorviante. Il fenomeno osservato assomiglia maggiormente alla formazione spontanea di gergo, convenzioni e metafore condivise, qualcosa che avviene anche all’interno delle comunità umane. La particolarità è che, con il passare del tempo, una parte delle conversazioni tra gli agenti è diventata sempre più difficile da interpretare per un osservatore umano.
Ed è proprio questo l’aspetto che interessa maggiormente chi si occupa di sicurezza: se agenti AI sempre più autonomi sviluppassero modalità di comunicazione poco trasparenti, monitorarne intenzioni e comportamenti potrebbe diventare più complicato.
Gli agenti AI sono stati lasciati vivere in “società” virtuali
Per l’esperimento, Emergence ha riunito in ambienti virtuali gruppi di agenti autonomi basati su modelli sviluppati da importanti aziende del settore. Secondo quanto riportato sullo studio, sono stati coinvolti sistemi appartenenti a famiglie come Claude, Gemini e Grok, insieme ad altri modelli.
Gli agenti potevano comunicare tra loro per periodi prolungati. Non era stato chiesto loro di inventare una nuova lingua: le convenzioni sono comparse progressivamente durante le interazioni.
Con il trascorrere dei giorni hanno iniziato a emergere nuove associazioni tra parole, abbreviazioni e metafore, comprese espressioni che acquistavano un significato particolare soltanto all’interno della comunità virtuale.
Il risultato, secondo il Guardian, ricordava a tratti un’insolita combinazione tra il linguaggio poetico e sperimentale associato allo scrittore irlandese James Joyce e il gergo tecnico tipico del mondo tecnologico.
La caratteristica più interessante non è però la stranezza delle singole frasi, quanto il fatto che gli agenti riuscissero apparentemente a utilizzare queste convenzioni durante le loro interazioni.
Fino a metà dei messaggi poteva diventare difficile da capire
Il fenomeno è diventato progressivamente più evidente con l’aumentare delle interazioni.
Secondo quanto riportato da Euronews sul lavoro di Emergence, in alcune condizioni sperimentali fino alla metà dei messaggi poteva risultare incomprensibile agli esseri umani.
Questo non significa necessariamente che le AI stessero cercando deliberatamente di nascondere qualcosa.
Quando un gruppo di soggetti comunica ripetutamente, infatti, può essere vantaggioso sviluppare abbreviazioni e riferimenti condivisi. Succede continuamente anche tra esseri umani: professionisti dello stesso settore, comunità online e gruppi di amici costruiscono gerghi che possono risultare difficili da comprendere dall’esterno.
Nel caso dell’intelligenza artificiale, però, esiste una differenza importante. Gli agenti possono comunicare rapidamente e su una scala molto più ampia, rendendo potenzialmente difficile seguire l’evoluzione di queste convenzioni.

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Il vero problema è capire cosa stanno facendo le AI
Il punto centrale dello studio riguarda quindi la trasparenza.
Una delle strategie utilizzate per controllare sistemi autonomi consiste proprio nell’analizzare le loro comunicazioni e le azioni che compiono. Se però il significato delle conversazioni diventa progressivamente opaco, questa forma di supervisione potrebbe perdere efficacia.
Il fenomeno diventa particolarmente rilevante pensando a un futuro nel quale migliaia di agenti AI autonomi potrebbero collaborare per svolgere attività complesse, scambiandosi continuamente informazioni.
I ricercatori non stanno sostenendo che i modelli abbiano creato una lingua paragonabile all’italiano o all’inglese, né che abbiano necessariamente sviluppato intenzioni segrete. L’esperimento mostra piuttosto che convenzioni linguistiche emergenti possono comparire spontaneamente quando più agenti interagiscono a lungo tra loro.
La distinzione è importante perché evita di attribuire ai modelli capacità o motivazioni che l’esperimento, da solo, non dimostra.
Il caso arriva mentre cresce il dibattito sulla sicurezza dell’AI
La ricerca viene pubblicata in un momento in cui la sicurezza dei sistemi AI più avanzati è tornata al centro del dibattito tecnologico.
Il 14 settembre 2026, il CEO di OpenAI Sam Altman ha indicato due scenari che considera particolarmente pericolosi: una possibile perdita del controllo umano sul futuro dell’intelligenza artificiale e una concentrazione eccessiva del potere derivante dall’AI nelle mani di una singola persona, azienda o nazione.
Si tratta di una discussione più ampia rispetto all’esperimento di Emergence e le due questioni non vanno confuse. Lo sviluppo spontaneo di un gergo tra agenti non dimostra che l’intelligenza artificiale stia sfuggendo al controllo umano.
Mostra però un problema concreto per chi deve progettare sistemi di monitoraggio: osservare una conversazione non significa necessariamente comprenderla.
Man mano che gli agenti diventano più autonomi e iniziano a collaborare tra loro, potrebbe quindi essere necessario sviluppare strumenti capaci non soltanto di registrare ciò che le AI si comunicano, ma anche di interpretare continuamente il significato delle convenzioni che emergono durante le interazioni.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante dell’esperimento: non tanto l’idea spettacolare di macchine che inventano una “lingua segreta”, quanto la possibilità che i sistemi AI possano sviluppare spontaneamente modalità di comunicazione sempre meno intuitive per le persone incaricate di controllarli.
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