OpenAI dice di aver risolto Navier-Stokes, ma scoppia il caso sulla paternità della scoperta

OpenAI ha annunciato quella che, se confermata dalla comunità matematica, sarebbe una delle più importanti applicazioni dell’intelligenza artificiale alla ricerca scientifica: una soluzione al problema dell’esistenza e regolarità delle equazioni di Navier-Stokes, uno dei sette celebri Millennium Prize Problems. Ma il risultato è stato immediatamente accompagnato da una controversia sulla provenienza delle idee e sul riconoscimento del lavoro svolto da altri ricercatori.
La società sostiene che un proprio sistema interno, descritto come significativamente più avanzato di GPT-6 Astra, abbia dimostrato che le equazioni tridimensionali di Navier-Stokes possono sviluppare una singolarità in tempo finito. La dimostrazione è stata inoltre formalizzata attraverso Lean, un assistente per la verifica formale dei teoremi.
Non significa però che il problema possa essere già considerato definitivamente chiuso. Un risultato di questa portata deve essere esaminato e validato dalla comunità matematica e deve rispettare i criteri previsti per il riconoscimento di un Millennium Prize.
Circa 10.000 agenti AI hanno lavorato contemporaneamente
La scala dell’esperimento raccontata da OpenAI è impressionante. L’azienda afferma di aver impiegato nell’ordine di 10.000 agenti simultanei nel gruppo che ha prodotto il risultato su Navier-Stokes.
Gli agenti potevano utilizzare strumenti, eseguire codice, consultare una versione memorizzata di Internet e comunicare all’interno dei rispettivi gruppi. Diverse squadre hanno esplorato approcci differenti, mentre Codex è stato successivamente utilizzato per raccogliere e combinare alcuni dei risultati intermedi più promettenti.
Secondo i dati pubblicati dall’azienda, il sistema è arrivato alla soluzione il 5 settembre 2026, circa 88 ore dopo l’avvio dei primi agenti. Sono servite altre 17 ore perché GPT-6 Astra completasse la formalizzazione e la verifica in Lean.
I numeri diventano ancora più sorprendenti considerando l’intero esperimento matematico. OpenAI dichiara circa 4,9 milioni di messaggi e 300 miliardi di token di output per tutti i problemi affrontati. Solo Navier-Stokes avrebbe richiesto 2,7 milioni di messaggi e circa 130 miliardi di token. (OpenAI)
Più che una singola AI alla ricerca di una risposta, l’esperimento assomiglia quindi a un’enorme organizzazione di ricerca artificiale, composta da migliaia di agenti impegnati contemporaneamente nell’esplorazione di strategie differenti.

Il lavoro parallelo di Buckmaster e Alpöge
È proprio qui che nasce la controversia. Il matematico della New York University Tristan Buckmaster e Levent Alpöge, matematico che lavora per Anthropic, stavano conducendo ricerche strettamente correlate e avevano utilizzato anche sistemi di intelligenza artificiale, tra cui Claude e Codex. (WIRED)
I due ricercatori hanno ottenuto risultati relativi alle equazioni di Eulero e ad altri problemi collegati. OpenAI afferma di avere iniziato il proprio progetto su larga scala il 1° settembre, dopo aver sentito indiscrezioni secondo cui sarebbero stati compiuti progressi su due Millennium Prize Problems. Solo successivamente, sostiene l’azienda, avrebbe capito che quelle informazioni erano legate proprio al lavoro di Alpöge e Buckmaster.
Buckmaster ha però sollevato dubbi sulla sequenza degli eventi e sul modo in cui OpenAI sarebbe arrivata al proprio risultato. La questione non riguarda soltanto chi abbia pubblicato per primo, ma anche quanto le informazioni sull’approccio seguito dai matematici possano avere influenzato la decisione di OpenAI di concentrare enormi risorse computazionali proprio su quella direzione di ricerca.
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OpenAI nega di aver utilizzato i dati privati dei ricercatori
Il punto più delicato riguarda Codex. Buckmaster e Alpöge avevano utilizzato anche gli strumenti di OpenAI durante il proprio lavoro, facendo inevitabilmente emergere la domanda se quelle interazioni potessero essere state sfruttate direttamente o indirettamente dall’azienda.
OpenAI respinge questa interpretazione. Nella propria ricostruzione ufficiale afferma che né i suoi ricercatori né gli agenti hanno visto il lavoro dei due matematici prima della pubblicazione e sostiene che nessun dato specifico degli utenti sia stato consultato per risolvere il problema.
L’azienda introduce però una precisazione significativa: dichiara di non poter escludere completamente che dati anonimizzati derivati dall’utilizzo dei propri prodotti abbiano contribuito al miglioramento dei modelli. OpenAI considera questa eventualità improbabile e sottolinea che le dimostrazioni ottenute sono sostanzialmente differenti.
È una distinzione importante. Al momento non esiste una prova pubblica che dimostri che OpenAI abbia preso la dimostrazione privata dei ricercatori e l’abbia fornita ai propri agenti. La controversia riguarda invece anche questioni più ampie di priorità scientifica, attribuzione delle idee e utilizzo dei dati prodotti attraverso strumenti AI.

La disputa coinvolge anche il riconoscimento degli autori
Un ulteriore elemento riguarda le conversazioni avvenute prima della pubblicazione. OpenAI conferma di aver contattato Buckmaster e Alpöge dopo aver completato il proprio progetto e la verifica in Lean, proponendo una pubblicazione contemporanea che riconoscesse la priorità del loro lavoro correlato.
Secondo Buckmaster, durante le discussioni sarebbero state valutate diverse modalità di presentazione dei risultati e una delle proposte avrebbe escluso Alpöge da una particolare forma di riconoscimento. La ricostruzione di questi colloqui è però contestata da OpenAI e da Sébastien Bubeck, ricercatore dell’azienda coinvolto nel progetto.
Per questo è più corretto parlare di accuse e versioni contrastanti piuttosto che di plagio accertato.
Una scoperta che apre una questione più grande della matematica
La vicenda potrebbe diventare un precedente importante per la ricerca scientifica assistita dall’intelligenza artificiale. Sistemi come Codex e Claude non vengono più utilizzati soltanto per riassumere pubblicazioni o eseguire calcoli: possono partecipare alla ricerca di nuove dimostrazioni e all’esplorazione di problemi ancora irrisolti.
Diventa quindi fondamentale stabilire dove passi il confine tra strumento, collaboratore e autore, ma anche quali garanzie debbano avere i ricercatori quando affidano idee ancora inedite a un modello appartenente a un’azienda che dispone a sua volta di sistemi di ricerca estremamente potenti.
Il risultato matematico di OpenAI rimane straordinario se supererà il necessario esame indipendente. La controversia con Buckmaster e Alpöge, però, mostra che nell’era degli agenti AI non sarà sufficiente verificare soltanto se una dimostrazione sia corretta: diventerà sempre più importante capire anche come è stata ottenuta e a chi debba essere riconosciuto il merito scientifico.
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