La pelle elettronica che si ripara da sola: SMES continua a funzionare anche sott’acqua

Una pelle elettronica capace di percepire il tatto, individuare i danni e ripararsi autonomamente potrebbe aprire nuove possibilità per robotica, protesi e dispositivi progettati per lavorare in ambienti difficili. È l’obiettivo di SMES, un materiale sviluppato dai ricercatori della National University of Singapore.
La tecnologia è stata pensata anche per l’utilizzo sott’acqua, dove i tradizionali sistemi elettronici possono incontrare difficoltà legate all’esposizione prolungata all’ambiente marino. Durante i test, SMES avrebbe infatti mantenuto la propria sensibilità anche dopo 10 giorni trascorsi in acqua di mare artificiale.

Come funziona la pelle elettronica SMES
La struttura di SMES è composta da diversi strati, ciascuno progettato per svolgere funzioni specifiche. Lo strato superiore permette al sistema di riconoscere danni fisici come punture e lacerazioni, mentre la parte inferiore utilizza sensori magnetoelettrici per rilevare il tocco e l’avvicinamento degli oggetti.
Uno degli aspetti più interessanti riguarda ciò che accade quando il materiale viene danneggiato. Un taglio o una perforazione possono interrompere i percorsi conduttivi presenti nella pelle elettronica, compromettendone potenzialmente il funzionamento.
SMES è però realizzata con un materiale elastico progettato per ricostruire autonomamente la propria struttura. Secondo quanto riportato, le perforazioni di dimensioni ridotte possono richiudersi nel giro di pochi secondi. In presenza di tagli più importanti è invece sufficiente mantenere temporaneamente a contatto le parti danneggiate per favorirne il recupero.
Questa capacità consente alla pelle elettronica non soltanto di riconoscere un danno, ma anche di recuperare senza richiedere necessariamente una sostituzione completa del componente.

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Resiste a oltre 10.000 cicli e all’acqua di mare artificiale
La resistenza rappresenta un elemento fondamentale per una tecnologia destinata alla robotica e alle applicazioni subacquee. Nei test effettuati dai ricercatori, la pelle elettronica ha superato oltre 10.000 cicli operativi.
Il materiale ha inoltre conservato una normale capacità di rilevamento dopo essere rimasto per 10 giorni in acqua di mare artificiale, un risultato particolarmente rilevante in vista di possibili applicazioni marine.
Il gruppo di ricerca ha già sperimentato la tecnologia in dispositivi concreti. SMES è stata integrata in un guanto intelligente destinato ai subacquei e applicata a un braccio robotico subacqueo, mostrando come il materiale possa essere utilizzato per realizzare superfici sensibili anche in condizioni nelle quali l’elettronica convenzionale deve affrontare maggiori difficoltà.

Dalle protesi ai robot morbidi, le possibili applicazioni
La capacità di combinare sensibilità, resistenza all’ambiente acquatico e autoriparazione rende questa pelle elettronica interessante ben oltre le applicazioni sperimentali già dimostrate.
Tra i possibili campi di utilizzo figurano i soft robot, nei quali materiali flessibili e deformabili sono essenziali per ottenere movimenti più naturali e interazioni delicate con l’ambiente. Un’altra prospettiva riguarda le protesi, che potrebbero beneficiare di superfici sensibili e maggiormente resistenti ai danni.
La stessa tecnologia potrebbe trovare spazio nell’elettronica indossabile e nei veicoli destinati alla ricerca subacquea, soprattutto nelle situazioni in cui riparare o sostituire manualmente un sensore risulta difficile.
SMES mostra così una possibile evoluzione delle pelli elettroniche: non più soltanto superfici artificiali capaci di percepire ciò che accade intorno a loro, ma materiali in grado anche di riconoscere le proprie lesioni e recuperare dopo un danno.
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